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domenica 21 settembre 2014

Padri e figli dell'american rock style


Sotto la generalizzazione che individua l'appartenenza virtuosa di un'economia si celano sempre situazioni di vita molto lontane: l'America di cui oggi si parla, sempre al centro delle attenzioni del mondo, è anch'essa divisa da due generazioni di uomini che hanno gli stessi problemi ma che li affrontano in maniera diversa. Da una parte i sostenitori del new deal musicale che accompagnò la protesta sindacale protrattasi sino alla scomparsa dei suoi principali rappresentanti (Seeger, Guthrie) e che oggi ha naturalmente smorzato le sue prerogative, e dall'altra quelli nati nella depressione degli ultimi trent'anni, che volutamente dimenticano temi politici per concentrarsi sugli aspetti quotidiani della vita (quello che più conta per loro!). Nell'ingranaggio statunitense esiste ancora un problema migratorio in entrata, molti riferimenti (amici, relazioni, etc.) mi dicono che i dati pubblicati sul lavoro devono essere nettamente distinti dalla realtà (basti pensare alla chiusura o al taglio di tante strutture o manifestazioni) e la società sta cambiando mentalità mettendo in primo piano l'ordinarietà della vita senza una programmazione: nella musica si affonda nel sentimento facendo evaporare gli istinti sociali. 
Due big del rock statunitense potrebbero ben rispecchiare questa logica di differenziazione, che maschera la situazione di debolezza generazionale: sono stati pubblicati i nuovi lavori di John Cougar e Ryan Adams, due musicisti a cui in passato, su queste pagine, ho anche dedicato delle monografie per la loro importanza nell'instaurare dei modelli (vedi qui e qui). Finalmente, dopo anni di atavica attesa, ci troviamo di fronte a due ottimi lavori da segnalare, con una diversa caratterizzazione nell'impegno ideologico sui temi che riflettono il presente, appesantito da come è stato coltivato l'animo.
In "Plain spoken", Cougar compie un riassetto dei suoi poemi acri, che sanno di dubbi ed amarezza: i temi sociali hanno subito un ridimensionamento rispetto al passato, ma la prospettiva delle idee nella loro risoluzione non è minimamente cambiata: quando in "The real life" (contenuto in The lonesome jubilee) il 62-enne musicista dell'Indiana si poneva dubbi sulla validità del modello di vita familiare americano, era consapevole che la vita è simile ad una drammaturgia, di quelle vicine alle architetture di Tennesse Williams o John Steinbeck, due autori generalmente seguiti dai cantautori americani legati alle correnti popolari. Niente è certo. Ma oggi c'è una variante: l'uomo agreste è in ulteriore difficoltà causa il brodo religioso che da convinzioni cristiane sta assumendo altri contorni. "Plain spoken" riflette tutto questo, veicolato tramite un consolidato american musical style, fatto di voce e chitarra ma senza dimenticare di inserire le spezie preziose (violini, mandolini, contrabbasso), e che lo avvicina al suo periodo migliore, quello degli intorni di The lonesome jubilee. Il gran trittico iniziale (Troubled Man/Sometimes There's God/The isolation of master) soprattutto lo riabilita a tuttotondo nella vocazione di scrittore di canzoni.
Ryan Adams ha invece da sempre scelto l'intimità: qui le problematiche vengono dalla comunicabilità dei sentimenti, devono lenire non solo le storie andate a male, ma la stessa insoddisfazione del vivere in linea con quanto espresso dall'alternative country. "Ryan Adams", pur non essendo all'altezza dei suoi capolavori, soprattutto in termini di omogeneità dei brani nel loro complesso, ha il significativo merito di rialzare la testa in un momento in cui pensavo che fosse realmente complicato farlo. Chitarre ben organizzate, il suo mood vocale inconfondibile (Kim ne è un esempio sagace), melodie finalmente non anonime, ripropongono questo 39-enne musicista di Jacksonville in un periodo in cui non sembrano esserci dei re capaci di spodestarlo dal migliore melodismo mai intervenuto nell'alternative country.

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