Translate

venerdì 19 settembre 2014

In ricordo di due originali del jazz: Sidney Bechet e Fats Waller


L'estate appena passata ha contemplato l'arrivo in Italia del Daniel Sidney Bechet Group, la band del figlio di Sidney Bechet, che da tempo si è fatto portavoce della musica del clarinettista/sassofonista di New Orleans. Non è un caso che le rivalutazioni dei vecchi personaggi storici vengano architettate quando c'è un pressante bisogno da parte delle nuove generazioni di riscoprire i punti di forza della musica del passato. Nel caso di Bechet non c'è che il pieno rispetto delle regole del tempo: le definizioni ricevute da Ellington come "l'epitome più originale del jazz" o dal biografo John Chilton come "il primo grande solista jazz", colgono realmente la portata del musicista. Bechet, che proveniva dalla scuola di New Orleans di Noone, creò un personalissimo stile evolutivo (direi soprattutto al clarinetto) che per la prima volta in quegli anni contemplava un uso snodato del vibrato, diverso per esempio da quello di un maestro del genere come Ben Webster, che si stagliava contro la band con tutta una serie di accorgimenti creativi: qualche volta erano innescati su impianti melodici, altre volte erano imperiosi creazioni all'attacco o nello sviluppo dei brani. In breve un pioniere dell'improvvisazione e delle avanguardie jazz.
Bechet aveva già intravisto un futuro positivo per sax e clarinetto, soprattutto aveva capito di essere all'inizio dell'opera di rinnovamento. Non raccoglieva solo le naturali spinte che provenivano dal mondo del jazz; i suoi frequenti spostamenti (con Parigi accolta come sede ideale di lavoro e del suo successo), lo avevano portato a riconsiderare il jazz in una sua ampia visione che non poteva prescindere dalle tematiche classiche, o comunque quelle che restavano in quegli anni subordinate allo sviluppo delle arti visuali e della cinematografia. 
La discografia di Sidney è stata deformata a dismisura, come d'altronde è successo a tanti personaggi del jazz, e per questo motivo la sua esplorazione dev'essere rimessa alle mani di un esperto ascoltatore per via, senza dubbio, delle ripetizioni o delle cattive registrazioni che non mancano: tra le tante, un paio di registrazioni superano però le imperfezioni di qualità e sono anche quelle che consiglio per un ascolto sapido ed immediato, utile per cogliere le capacità e le varianti stilistiche di Bechet: mi riferisco a Revolutionary Blues 1941-1951 edito Giants of Jazz e Sidney Bechet et Claude Later. Jazz in Paris edito Gitanes. Il primo fornisce un'idea precisa del Bechet clarinettista, con chiara prevalenza di brani suonati su quello strumento, il secondo contiene registrazioni effettuate tra il '48 e il '49 in cui il clarinetto viene lasciato soprattutto a Later e Sidney suona il sax soprano in un ottetto che comprende tralatro Benny Vasseur e Kenny Clarke.

Jazz in Paris esordisce con una versione di Honeysuckle Rose, il famoso brano scritto da Andy Razaf per Fats Waller. Il pianista americano condivide con Bechet una certa estrosità di carattere, forse non può considerarsi stilista solitario quanto Bechet, dal momento che a differenza di quest'ultimo, negli anni venti ragtime, stride e New Orleans sounds avevano parecchi rappresentanti al pianoforte. Aveva però una particolarità, suonava anche l'organo e cantava. Delle tante registrazioni che hanno inondato il mercato di questo mostro sacro del jazz, anche qui sceglierei un paio più rappresentative anche sotto il profilo della registrazione, ossia The very best of Fats Waller 1940 edito Rca Victor e quanto all'organo le London Sessions del '38/'39 edito Emi.
Jason Moran, noto pianista di stanza alla Blue Note, sottolinea come Waller possa essere considerato un "campione" di suono, enucleato ed assimilato, che può essere riadattato assieme ad elementi moderni: il gioco sta nel rispettare il groove di Waller, al limite tra melodia e provocazione, inserire sporadicamente un organo alieno e trattare la voce stantia di Meshell Ndegeocello: Jason Moran's joyful elegy for Fats Waller compie trasformazioni che vanno molto lontane da Waller, ci proiettano nel jazz moderno, nella schiera di quei polistilisti che soprattutto in America sta cercando di dargli delle nuove conformazioni: contiene il beat, la pulsazione dei tempi odierni, la sagacia duttilità stilistica degli elementi musicali, ed è perfettamente in linea con l'evoluzione darwinistica compiuta alla Blue Note. In tal senso Honeysuckle Rose è un condensato di jazz pieno di parenti che arrivano da altre parti della negritudine: qualcosa che lo avvicina ad un melange gradevolissimo tra gli esperimenti di Mehldau e il soul bianco di Jackson e Paul Weller (versione Style Councils).

Nessun commento:

Posta un commento