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domenica 7 settembre 2014

Imed Alibi: Safar


Chi segue le mie rubriche sull'etnicità musicale avrà già compreso come spesso valuto con sospetto le cosiddette fusioni tra musica occidentale ed orientale: non si tratta di una prevenzione, spesso ho scovato delle cose superlative, ma in generale produzione e scopi non proprio definiti rendono i prodotti adatti alle sale da ballo o ad un pubblico non esigente e purtroppo sgradevoli ad un ascolto attento. D'altro canto anche nella musica classica gli innumerevoli tentativi di fusione tra elementi di musica occidentale ed orientale non sempre hanno portato a buoni risultati. Quello che differenzia un prodotto valido sta nell'intensità e nell'intelligenza del progetto: Safar, quello del tunisino Imed Alibi ha queste caratteristiche: è musica inebriante, diretta, con il giusto grado di approfondimento, e scopre la bravura e l'interconnessione dei partecipanti.
Imed Alibi è un percussionista tunisino che vive a Montpellier da tempo e frequenta ambienti misti, culturalmente divisi tra musica europea di consumo (Imed è molto vicino ad una patologia di rock etnico tramite i Boukakes), e quella classica (suona tutte le percussioni delle orchestre di musica classica orientale); ha passioni variegate riguardo al percussionismo e all'etnicità poichè ha cercato di integrare le proprie conoscenze anche con il flamenco, le valenze tzigane e gli spiriti dei balcani. Inoltre ha accompagnato Emel Mathlouthi nei suoi concerti per circa 3 anni. Dal punto di vista musicale, Imed suona coniugando la potenza sonora evocativa dei tamburi amazzoni con il linguaggio enigmatico delle percussioni arabe, ed in questo è coaudiavuto dal percussionista brasiliano Ze Luis Nascimento, originario di Salvador de Bahia. 
Il progetto Safari si nutre anche di Zied Zouari e Stephane Puech. Il primo è un giovane violinista immerso nei confini tra oriente ed occidente, tra i più ricercati; anch'egli tunisino ma con preparazione europea, ha fatto parte spesso dell'entourage delle orchestre sinfoniche parigine. 
Stephane Puech è un compositore francese con la passione del rock e dell'elettronica. Produttore della musica di Alibi, Stephane mostra una particolare accondiscendenza verso i synth berlinesi, ma è anche un intelligente organizzatore di suoni, che ha capito che un buon aggiornamento dei rapporti musicali tra oriente ed occidente può compiersi anche grazie al nuovo mondo digitale: ecco quindi spiegato il motivo della presenza dei beats o di giunture dub nella musica.
Chiude Pascal Teillet al basso e bassoud.
"Safar" è un disco di incrocio ottimamente costruito, celatamente politico, che tramite l'aggiunta di una orchestrazione essenziale (accordeon, qanun, nay) restituisce un'idea del connubio che ha credenziali ampie: le dinamiche potenti del Gabriel di The last temptation of Christ, la composizione colta orientale, la verifica sul campo della modernità delle teorie percussive di personaggi come Trilok Gurtu, che ha da sempre cercato di scansionare persino la voce ed in particolare la sua sillabazione per integrare la ritmicità degli strumenti a percussione*: ne viene fuori una raccolta musicale che, a differenza di quanto si può pensare, ha impressi i caratteri "arabici" a caratteri cubitali, delle stimmate fortissime irrobustite dai giochetti europei, che fa ben sperare per un'ampliamento di quel fenomeno nordafricano che abbiamo catalogato come primavera araba (in Maknassy viene invitata al canto anche Emel Mathlouthi). Al riguardo scrive Justin Adams nelle note interne: "....Imed Alibi's music is an epic and joyful expression of a soul revolution.....this is the soundtrack for a New Arab vision of the 21st century....".

Nota:
*questo aspetto è più udibile nella rappresentazione live (vedi qui) che però non hanno la parte digitale.

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