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venerdì 1 agosto 2014

Hundred Waters


Nella incosciente impossibilità di creare nuovi canovacci melodici sta l'insuccesso di gran parte della produzione della pop music recente. Tuttavia gli artisti più intelligenti hanno cercato di superare l'ostacolo appoggiandosi alle "intersezioni", ossia compiendo un'operazione sui ceppi della musica americana sviluppata con l'elettronica: se per il pop e la dance music di nere origini è da tempo che l'elettronica ha messo piede nelle menti dei musicisti, mettere il country o il folk dinanzi ad un campionatore o ad un synth è stato un relativo tabù fino all'inizio del nuovo secolo. Una volta aperta questa porta si sono aperte ampie possibilità di sviluppo che tuttora penso siano enormemente esplorabili.
Nell'immenso grigiore che segna l'indie-rock dei nostri tempi, gli Hundred Waters rappresentano una vera perla di saggezza musicale: di Gainsville, Florida, è una band che ha aperto i concerti di gente come Julia Holter o i Braids, ma stilisticamente parlando se ne distacca in maniera netta: la tipicità sta nell'organizzazione dei brani che vedono la cantante Nicole Miglis (spesso raddoppiata nel canto da Samantha Moss) diventare, con la sua voce sabbiata e con il suo flauto appropriato, attrice del sussurro o mormorio da contrapporre a tessiture ritmiche pregne di controtempi (chi studia la batteria direbbe tempi dispari) e luminosità elettroniche (frutto dell'uso di synths)*. Se Bjork e la nuova musica norvegese sono i naturali punti di riferimento iniziale, non si può far a meno di condurre un'analisi più ampia che mette assieme schegge di folktronica, di pop alla Animal Collective, di new wave music anni settanta, nonchè di elettronica berlinese, ma raggiunge alla fine un proprio umore, originale e ben udibile, che appartiene solo al gruppo (vedi qui un'esposizione convincente dei loro live act).
Inoltre un aspetto non secondario è rappresentato dall'eccellenza dei testi e dei richiami alle arti: la band ha dichiarato di ispirarsi al pittore austriaco Friedensreich Hundertwasser (il nome della band è una contrazione leggermente modificata del cognome del pittore), anticipatore della bioarchitettura e del transautomatismo; l'artista vissuto in Nuova Zelanda si impose non solo per essere vicino all'ambiente e alla filosofia dell'eco compatibilità, ma anche per la sua passione verso le forme organiche piene di colorazione. E' su quest'aspetto che le somiglianze del pittore con la musica della band si fanno più evidenti: quello che si ascolta è la trasposizione di una sorta di cubismo pittorico, con forme irregolari o biomorfe come quelle di Gaudì (si pensi all'architettura di certi colonnati della Sagrada Familia).  
L'empasse ideologico surrealista influenza anche le problematiche dei testi: la stratificazione contemplata dal patchwork musicale favorisce la contrapposizione tra la palpabile ansia delle vicende della vita e la voglia del loro superamento. Prendete i versi di Chamber (passing train):
To have and hold/As long as you let go/to have control/and want to yell/When all at once/So suddenly you find it hard to breathe/from the window pane/on a passing train you only want to reach out/Every heart's a part of another/every lung it yearns to yell/and every yell it longs for you/to let me love/O them all at once.
Il nuovo, secondo lavoro, "The moon rang like a bell" è la migliore conferma di quanto ci si poteva aspettare dopo l'esordio del 2012 (che ho mancato!); qui non c'è l'occasionalità di una raccolta ben confezionata di canzoni, ma c'è un progetto ben delineato, forse non apertamente innovativo se per innovazione intendiamo quella di prodotto, ma con un'impronta stilistica (dicasi originalità) che oggi è difficile da trovare in giro.

Nota:
*gli altri componenti del gruppo sono Paul Giese e Trayer Tryon (chitarre ed electronics) e Zach Tetreault (batteria).

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