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domenica 3 agosto 2014

Hiromi Alive

E' da tempo che si discute il fenomeno pianistico della giapponese Hiromi Uehara negli ambiti jazz, con sentenze francamente provvisorie, che provengono da musicisti e spesso da giornalisti qualificati della stampa specializzata. Sembra che se dal punto di vista tecnico non ci siano possibili punti di eccepibilità (e vorrei vedere!), è dal lato emozionale la principale carenza della pianista giapponese. E' un punto di vista certamente soggettivo, ma gli stessi che fanno quelle critiche sono amanti del jazz tradizionale che poi apprezzano in maniera quasi alchemica lavori di improvvisazione libera magari distanti anni luce dal jazz su cui ordinariamente qualificano le loro analisi. Voglio dire che con Hiromi, non si sa perchè, manca quel punto di equilibrio famelico tra cuore e razionalità. Eppure la pianista, con una carriera piuttosto omogenea, ha dato prova di avere un proprio sound, una derivazione del tutto personale di alcuni elementi presi dalla musica classica, dal jazz piano di Chick Corea, dalle evoluzioni ritmiche che fecero la fortuna del prog negli anni settanta e, soprattutto agli esordi, da particolari evoluzioni japanese-style introdotte con l'elettronica dei synths. Quella aggressività al piano e la velocità incredibile con cui Hiromi arriva sulle note sono caratteristiche speciali, fatti da ascrivere agli intenti dei grandi pianisti classici, ma Hiromi usa la classicità con molta parsimonia perchè vuol fare del jazz, scacciando i ricordi del passato (il riferimento è alla fusion jazz dei settanta/ottanta) con l'espediente della bravura solistica, oggi elemento caduto in crisi, di fronte ad un pubblico che si emoziona con pochi suoni. Un pubblico impreparato spinge anche gli artisti ad adeguarsi creando un circolo vizioso. Non mi sembra proprio il caso di Hiromi, che oltretutto ha un naturale portamento per l'esaltazione concertistica. 
I giudizi che provengono dalla stampa (anche fuori dall'Italia) su Alive, l'ultimo album della giapponese, sono uguali ai precedenti e scontano ancora un'inadeguatezza sull'artista, poichè confondono il sentimento con un progetto di suoni; l'intento della pianista è quello di creare la "robustezza" del suono materializzato sugli strumenti, sviluppando la loro parte più potente e corredandola di un substrato di jazz. Ultimamente la parte ritmica è stata espletata grazie al trio con Anthony Jackson al basso e Simon Phillips alla batteria (vedi qui per una dimostrazione il trailer di Alive), un'usuale e fondamentale parte del progetto, ma che non prevarica l'impegno tattile della pianista. 
Quello da cui non bisogna farsi accecare sono i pregiudizi che spesso rincorrono l'ascolto: si può discutere su qualche brano "riempitivo", poco accorto, ma non si può discutere in termini critici sulla formazione dei musicisti distinguendoli in base al modello: buono quello di Jarrett, maldestro quello di Corea; ciò che conta nella musica sono quelle combinazioni di note che restano nella memoria ed organizzano un flusso riconoscibile. In questo la pianista giapponese ritengo che sia più originale di tanti pianisti jazz rinomati nel tratto, ma offuscati da vertiginose configurazioni di plagio. 

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