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sabato 5 luglio 2014

Poche note sul jazz italiano: "modalità" alternative del vibrafono


Le frontiere della ricerca sul vibrafono si stanno coerentemente estendendo a tecniche di improvvisazione che non rispettano i canoni della normalità percussiva e già vi sono, in molte parti del mondo, esempi di composizioni o improvvisazioni che cercano di cogliere nuovi suoni usando nuovi espedienti: dagli esterni inferiori dello strumento (allo scopo soprattutto di far emergere risonanze) alla costruzione di meta aggregati sonori attraverso un'opportuna spettralizzazione dei suoni con microfoni, elettrificazione, pedaliere, computer etc., o ancora applicando oggetti di qualsiasi tipo direttamente sui tasti.
Non meno importante è però il consueto attaccamento all'uso "psicologico" dello strumento, ossia quello di cercare di tirare fuori suoni (senza nessuna pretesa di anticonvenzionalità a tutti i costi) che siano in grado di avvolgere l'ascoltatore in un realtà ipnotica, organicamente protesa alla ricerca di cristalli strumentali.
Vi segnalo quindi due ottimi cds di vibrafonisti/percussionisti che intercettano alcune di queste possibili divaricazioni. 

Tecrit - Riccardo Sinigaglia & Sergio Armaroli

Sebbene sia solo nello spirito improvvisativo che può celarsi qualche aggancio al jazz, "Tecrit" fornisce una splendida dimostrazione di cosa proietti il termine "confluenze": la passione e il rigore artistico che anima il vibrafonista Sergio Armaroli (autore già di diverse manifestazioni di valore nel campo contemporaneo) stavolta fonde i suoi intenti con Riccardo Sinigaglia, da sempre impegnato in poliritmie, modalità di provenienza orientale, sistemi digitali legati alla ricomposizione di suoni di matrica etnica. In questa prova Sinigaglia affianca Armaroli ad armi pari, proponendo le sonorità di uno strumento tradizionale dell'Iran, il santur, opportunamente elettrificato. 
L'omogeneità delle 6 tracce (in cui due sono esibizioni effettuate live al Loft21 di Milano nel 2010) si basa su un interposizione che definire etnica è paurosamente riduttiva: se è vero che il santur e l'utilizzo di flauti barocchi richiamano elementi direttamente riferibili al mondo medio-orientale, è vero anche che le prospettive a cui si mira sono notevolmente più ampie: i frequenti incroci tra questi due strumenti, che probabilmente hanno dei punti in comune non solo nel gesto con cui vengono suonati, sono in realtà tesi ad un formula universale, in cui devono rappresentare il tramite per restituire all'armonia e alla melodia un ruolo essenziale e immune dalla temporalità; "Tecrit" sperimenta anche con l'elettronica (per via di alcune manipolazioni) e la musica concreta (il vibrafono e il santur si confrontano con i rumori della vita cittadina o con quelli dell'ambiente, proiettando soprattutto le velleità di quello animale); prendete Five ad esempio, è un condensato di ricerca che sembra esprimere quello che la vera new age music moderna avrebbe dovuto percorrere aldilà della banalizzazione fornita dal genere che è evidente ed acclarata da molti anni. Un prodotto che prescinde da etichette e che contiene inesorabilmente elementi estratti da altre discipline e generi musicali.
In Tecrit puoi sentire respiri improvvisativi (il girovagare atonale di Two E) o restare magneticamente colpito dalla potenza musicale dell'insieme, un aspetto invero che non è stato molto indagato (ci si è fermati alle concupiscenze con il jazz/rock di Gary Burton o al Mike Mainieri possibilmente del Love Over Gold - indirizzo Dire Straits). Si vive quindi una dimensione particolare ed ancora affascinante che vede i due principali protagonisti dell'opera (vibrafono e santur) appoggiarsi alla storia solo per creare contrasti possibili tra generi apparentemente contradditori. 
  

Davide Merlino percussion duo - White elephant

Seguendo un percorso molto interessante la creatività del percussionista Davide Merlino spazia praticamente in tutto ciò che può essere espandibile dal punto di vista delle sonorità. Si addentra nella free improvisation così come nelle arti visuali e l'elettronica, è un didatta che cura anche una interessante rubrica esplicativa sulla rivista specialistica Drumset Mag (a cui vi rimando per i suoi esperimenti).
Per quanto concerne il vibrafono, Merlino è un anteposto di coloro che usando battenti o particolari oggetti da implementare sulle lamelle dello strumento, cercano di regalare un nuovo carattere al vibrafono stesso e cacciare in maniera acritica quella errata convinzione che lo vede come un gregario di altri strumenti e non nelle vesti di protagonista. Autoprodotto grazie alla sua label, la Floating Forest, "White elephant" individua una serie di bellissime interazioni tra questo vibrafono cangiante e ricco di risonanze e i tamburi di Andrea Cocco, un'altro deciso interprete delle tipicità jazzistiche libere da condizionamenti e oggettivamente inserito in quel mondo totalmente creativo che, senza inibizioni, si può attribuire al Roach più visionario ma meno conosciuto. Senza dover fare nessun sforzo di comprensione, il dialogo tra Merlino e Cocco trasmette un naturale senso di evoluzione degli accadimenti; fraseggio in alcuni momenti più vivaci, in altri più meditativo e alla ricerca della rotondità dei suoni, quello di Merlino è un vibrafono che resta nella memoria più nel post che nel durante (ossia nel momento in cui viene suonato ed ascoltato); quelle melodie articolate (Merlino le chiama vibrazioni primordiali) ve le porterete con voi stampate nella mente mentre viaggiate su un tram o un autoveicolo, quando, non in compagnia, come sempre avrete bisogno di una colonna sonora per pensare.


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