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lunedì 21 luglio 2014

Agata Zubel: Not I


Quando ormai si erano perse le speranze, la Polonia ha saputo rimettere assieme una nuova interessante generazione di compositori dopo che la famose triade contemporanea Lutoslawski-Penderecki-Gorecki lentamente ha svanito i suoi effetti. Pur trattandosi di una pluralità che ha uno scontato aggancio alla tipologia e al passo delle note vicende di quel trio passato, in quanto evidenti veicoli di contemporaneità, essa si sta rivelando con caratteristiche improntate all'attualità traversale della nostra musica. 
Agata Zubel è una compositrice/cantante che sta cercando di far riscoprire il gusto della musica moderna in Polonia: partita come percussionista, la Zubel gradatamente si è spostata nei meandri della composizione contemporanea prendendo come riferimento il canto e sposando in compartimenti stagni la liricità di un soprano alla Chantefleurs et Chantefables di Lutoslawski con le prospettive della Sequenza III di Berio. 
Dal compositore italiano non solo ha mutuato l'interesse per la pluri-estensione dei fenomeni vocali,  ma anche la loro trasposizione nel mondo letterario, come espressione di un linguaggio ad hoc. Ma se nel suo percorso la "musicalità" canora avanzata di Berio è fuori discussione, i riferimenti letterari sembrano rifarsi specificatamente al mondo della poesia polacca del novecento e soprattutto all'estensione del linguaggio della poetessa Wislawa Szymborska. L'accostamento con quest'ultima è stilistico e spirituale, poichè la Zubel da una parte ripercorre con il canto il linguaggio complesso e perplesso della Szymborska usando modulazioni della vocalità che inglobano limerick, dissociazioni, sentenze e giochi di rima tratti dal repertorio più affascinante ed avanguardista della poetessa di Cracovia, dall'altra l'obiettivo è raggiungere un obiettivo parzialmente mistico, ossia quello di dare un particolare senso morale alla sua rappresentazione artistica; in un verso di Vermeer, ispirato al celebre dipinto olandese, la Szymborska tenta di dare una risposta all'apocalisse, affermando...

“Finché quella donna del Rijksmuseum
      nel silenzio dipinto e in raccoglimento
      giorno dopo giorno versa
      il latte dalla brocca nella scodella,
      il Mondo non merita
      la fine del mondo”.

Non dissimili sembrano le proporzioni riflessive della Zubel per il mondo della musica. 
I rapporti con la poesia ritornano in questa raccolta monografica per la Kairos che contiene una composizione che la Zubel ha composto per il progetto Made in Poland - Milosz sounds. "Aphorisms on Milosz", con la Klangforum Wien diretta da Clement Power. Essa presenta architetture musicali granitiche fatte di potenti glissando, percussioni ribelli improvvise e stranianti oasi che restano nel più basso stadio dell'acustico, orbene sono tutte costruzioni che accompagnavano molta musica strumentale di Penderecki. Ma alla fine non è questo spaccato stilistico della musica a colpire, quanto le soluzioni vocali trovate dalla Zubel per rendere esplicito il messaggio degli aforismi di Milosz: servendosi di pause strumentali ad hoc intrise nel senso del dubbioso, ripassa il lessico storico del canto classico e contemporaneo scegliendo soluzioni che quasi seguono all'unisono quelle dei strumenti: è come mettere assieme Schubert, Penderecki, Berio e Jeanne Lee senza mischiare le carte. Quello che si ricava alla fine è un velato sentimento di angoscia che ha bisogno di più ascolti per essere ben compreso: in questo la Zubel raggiunge il risultato che nella poesia raggiungevano Milosz e la Szymborska nel delineare uno scenario finale intriso della più profonda e risaputa convenzione dei principi della vita: quella di non avere mai una chiave di lettura definitiva se non un'ironico sentimento di sopportazione per il vissuto.
E' qui riportata anche la sua più conosciuta composizione (che dà il titolo alla raccolta), "Not I", stavolta su studio e riproposizione dei testi omonimi di Samuel Beckett, che rende omaggio al poeta inglese con un vivace frastagliamento di effetti canori che si dispiegano magnificamente, cercando le forme del dramma e la follia della poesia di Beckett: oltre al solito cascame vocale, in questa composizione ci si avvale dell'aggiunta di un nastro che riporta pezzi vocali frammentati di esibizioni live, che arricchiscono la forza dell'immedesimazione. Grandissime prestazioni, da apprezzare probabilmente in un teatro, con difficoltà tecniche notevoli (non solo canore).
Labyrinth è la rievocazione di una poesia della Szymborska: è una delle composizioni in cui più si avverte una vena improvvisativa tendenzialmente jazzistica, che spesso si erge (a tratti) anche nelle altre composizioni. Nondimeno si presentano le stesse prerogative, ossia quelle di alzare il tiro verso il massimo disponibile della tecnica, così come fatto già in altre occasioni (il progetto Elettrovoce, con l'altro compositore polacco Cezary Duchnowski, è tagliato a misura per le interazioni tra il suo soprano e il computer, dove la si vede sperimentare con effetti di amplificazione determinati tramite un dispositivo da lei controllato).
Naturalmente vi aspettereste che nelle composizioni solamente strumentali la Zubel mostri la corda: scordatevelo! "Shades of ice", ispirato dalle sue visite al ghiacciaio islandese di Vatnajokull, è una splendida dimostrazione di modernità sonica: undici minuti in cui basta un clarinetto in multifonia, delle linee di violoncello e dell'elettronica sotto forma di campi di registrazione (fatte da Agata proprio in prossimità del ghiacciaio) per incastrare forme, paesaggi e misteri.
Una compositrice che vi conquisterà lentamente, veramente notevole nella sua creatività.

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