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lunedì 2 giugno 2014

Poche note sul jazz italiano: pietre e versi dal mondo siciliano

Sandro Sciarratta - Pietra


Sandro Sciarratta (1956)  è un contrabbassista di Agrigento da sempre impegnato nell'improvisazione libera accanto a personaggi di spicco della creatività italiana: si va Gebbia a Salis, da Maltese a Tramontana e così via. La sua particolarità è quella di amplificare la voce del suo strumento tramite riposizionamenti acustici, e di usare elettronica e gadgets da abbinare alle varie fasi dell'espressione creativa. Sciarratta ha una discografia molto scarna se rapportata agli anni di attività e certamente il suo infischiarsi delle mode per scivolare negli ossimori dell'improvvisazione più sostenuta non gli ha valso un gran successo: avendo incrociato la musica contemporanea, il teatro di Majakovski, la poesia di Pasolini e la multimedialità (dedicandosi a Fritz Lang), negli ultimi anni ha sentito la necessità di ritornare allo stadio della musica pura. Per la gestazione di "Pietra", raccolta a cui Sandro ci ha tenuto tanto da imbastire una raccolta pubblica (crowfunding) per la sua realizzazione, si serve delle sue macchinazioni sonore per svolgere il tema della "pietra": raccogliendo spunti passati nella sua vita professionale nell'arco di quindici anni (tra il 1997 e il 2013), Sandro dà vita ad una celebrazione musicale senza precedenti del tufo, la tipica pietra locale del sud Italia. Sfruttando l'effetto subdolo di un contrabbasso preparato, ora arcano, ora percosso con tecniche non convenzionali, unitamente ad effetti di live electronics impietosi ma esplicativi, empaticamente egli è in grado di ricreare quella sensazione di durezza della pietra che è associabile anche al senso del vissuto, un modo per far scorrere in maniera inequivocabile secoli di storia: ne vengono fuori degli happenings musicali in cui le stigmate dell'improvvisazione segnano la conformazione del ricordo storico; attraverso (la) "Pietra" passano le conquiste culturali dei Greci, i templi, le acropoli, le catene della schiavitù e forse le discussioni più o meno segrete degli abitanti della colta Magna Grecia o comunque di un passato in vena di colonizzazione (in alcuni momenti Sandro usa voci preregistrate o modificate dall'elettronica per materializzare questo probabile excursus storico).  
Un lavoro centrato, di alto livello, che anche i compositori contemporanei farebbero bene ad ascoltare, un vero e proprio capolavoro di improvvisazione libera fuori dagli schemi, alla fine molto più godibile di quanto si pensi e con tanto di viscere etniche. Un modo per tornare nell'Olimpo.




Giorgio Occhipinti  -Musica Lundene


Di pietre è anche riempita la copertina del nuovo lavoro di Giorgio Occhipinti, che ci riporta alle esperienze dell'Hereo nonetto; "Musica lundene" (che immagino abbia anchi qui un riferimento geografico ben preciso), è strutturato su una composizione basata essenzialmente sul comparto degli archi (Giuseppe Amatulli, Domenico Mastro ai violini, Nico Ciricugno alla viola, Tiziana Cavaleri, Vito Amatulli ai violoncelli, Giuseppe Guarrella al contrabbasso), che compongono un sestetto di impronta stravinskiana. Di pregio è al solito la partecipazione "letteraria" del sassofonista alto Vittorino Curci, i cui recitativi vengono alternati con stentorei attacchi che elargiscono melodicità contenuta e tanti sprazzi free.
Occhipinti è un bravissimo pianista con tante idee, una punta di diamante del jazz colto siciliano, ma incredibilmente sottovalutato dalla critica: è un pianista come dire, di concetto, che bada all'originalità del progetto e non si vuole limitare solo a fugaci rappresentazioni di stile.
La particolare evoluzione degli archi sospesi tra il romantico-decadente e il modernismo del primo novecento, sono i risultati di quello che Giorgio chiama anche mottetti; questa qualità si delinea come una delle principali fonti di interesse dell'ascolto a cui si aggiunge, oltre alla poesia, i passaggi ibridi con il jazz rielaborati alla luce degli arrangiamenti di un Gunther Schuller (qualcosa che si avvicina al Rush Hour di Lovano dopo aver incontrato Evan Parker).



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Francesco Nurra - Diario di un pazzo

Nurra è sardo per la verità, ma questo cd è stato fatto in casa Cusa (Improvvisatore Involontario). Prendendo spunto da l'omonimo testo dello scrittore cinese Lu Xun del 1918 (Diary of a Madman), Nurra si dedica ad una trasposizione personale dell'argomento, costruendo dieci storie distinte (in Diary of a Madman ricorreva una equivalente struttura di 13 brevi racconti) ma collegabili, in virtù delle quali il tema della follia diventa il tema della sopraffazione degli uomini. L'esposizione è naturalmente aggrappata non solo alla musica ma anche a dei testi appositamente stilati per l'occasione (Lalla Careddu, Alessandro Carta e lo stesso Cusa).
Assieme a Cusa, Nurra conduce alcuni cantanti dei Naked Musicians (Marta Raviglia e Vincenzo Vasi), in più compaiono Simone Sassu, Riccardo Pittau e Alessandro Zolo, nonchè lo stesso Cusa si ritrova alla batteria. 
Lo stile è vicino ai lavori migliori del Cusa agitatore culturale: in un'atmosfera del tutto improntata alla stanticità (l'inizio strumentale tra basso pulsante e bislaccherie sembra evocare un percorso alla Tom Waits), grazie alla sterzata di "Freaks" l'ascoltatore viene condotto in un progressivo labirinto di ritmica e elettronica misteriosa, in cui il richiamo "vocale" diventa essenziale per congetturare anomalie: la pluralità di situazioni vocali che si presentano, e che sono il frutto di uno splendido empasse dei cantanti, spazia da espressioni simil-religiose a tinte lounge, da scat jazzistici fino al finto dadaismo coperto da inflessioni dance moderne di Lora Panica. I due ibridi tra testo e musica sono Prima che vengano a prenderci, una sintomatica e grottesca descrizione (su basi jazz) di un pazzo che si confessa vicino al letto di morte della sua amata in una descrizione lugubre e scioccante e Preghiera, un evocazione a Gesù che lascia di stucco per la ricerca delle debolezze, ma che si avvicina più a un reading che ad un brano musicale. Non aver paura della zia Marte è un sabba oscuro con cori malati ed un anima in pena che cerca di organizzare un linguaggio nettamente di contrasto, mentre ritmi e voci tropicalizzate si uniscono a linguaggi onomatopeici assolutamente incomprensibili (tra il litanico fanciullesco e l'oppressione canora di David Byrne) in Pour en finir avec le jugement de dieu. La tromba di Pittau domina il jazz di Anna Satta per gli amici Sattanna. 
Diario di un pazzo sembra composto facendo zapping musicale: è pieno di riferimenti a circostanze stilistiche sperimentate, ma di una tale originalità nella loro composizione che le fa apparire come immacolate: le conduzioni vocali, i saggi arrangiamenti, le interposizioni con le altri arti (in questo caso potremmo dire letteratura e teatro) sono di fronte a voi solo per farsi apprezzare, non c'è bisogno di nient'altro. Si potrebbe obiettare del carattere specifico della proposta che mette assieme energia e ribrezzo, derisione e orrore, ed una certa tensione più utilmente sfruttabile per una rappresentazione teatrale, ma questo è il prezzo da pagare per assorbirne l'originalità; d'altronde la sclerotica contraddizione degli opposti o qualsiasi fenomenologia del "brutto" non è anch'essa arte?

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