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mercoledì 4 giugno 2014

I concerti russi di Carrier, Lambert e Lapin

Gli ultimi anni del jazz canonico sono stati veramente difficili. Di fronte al perpetuarsi di strumentisti di valore tecnico il cui stile si adatta a qualità riconosciute (a volerla dire con un eufemismo), ignobilmente restano celati quelli che hanno sposato una dose più o meno ampia di oltranzismo e non c'è dubbio che i migliori risultati continuano a venire da un modernismo di sostanza non ancora domo del free jazz e dall'improvvisazione libera: la valutazione dell'espressività, che rimane spesso l'unico criterio con cui fare valutazioni in lavori che possono solo offrire rielaborazioni, sembra che sia un parametro molto più raggiungibile ed ottenibile quando ci si spinge in avanti con le libertà del caso e con la propria creatività.
In quella via di mezzo tra mainstream e free improvisation, il free jazz raccoglie ancora consensi e stimola pensieri netti, precisi, figli dell'emotività diretta dei suoni. Il sassofonista canandese Francois Carrier si è da tempo incanalato in questa interpretazione della musica jazz, in cui quello che interessa è cavalcare idee, circostanze, metodi di relazione, che possono rinvenire da qualsiasi manifestazione della vita quotidiana. Francois questa qualità (che non è affatto scontata, nè tanto meno genericamente rinvenibile nell'universo dei musicisti) l'ha condivisa spesso con il batterista Michel Lambert, cercando di coniugare il movimento sonoro con la bellezza delle situazioni ritratte; è vero che quando Coltrane e Coleman cominciarono a sintonizzarsi su un particolare tipo di jam quasi impressionistica, avevano dalla loro parte il "giusto" tempo; ma è anche vero che da quei "tempi", pochi sono stati i sassofonisti specializzati nell'alto che hanno saputo mantenere accesa la scintilla dell'universalità musicale, presentando allo stesso tempo bravura ed originalità. Se Mitchell e Braxton si impegnarono ben presto a dirottare il jazz nei meandri della musica contemporanea, la maggior parte dei sassofonisti americani di rilievo si rivestì di forme viranti al blues e ad altri fattori, come successe nelle congreghe di St. Louis (Hemphill, Lake, Erhlich) o di Chicago (da Jarman a Thredgill). Può darsi che si siano succeduti sassofonisti nell'alto, originali ed espressivi al tempo stesso, ma se ci sono stati certo la mia memoria riesce a ricordarli solo dopo un rigoroso stimolo esterno. 
Non si sbaglia quando si pone Francois Carrier nel solco dei saccenti. Il canadese sembra aver trovato in Russia una seconda patria, nonchè una cospicua esperienza della sua carriera: con Alexey Lapin, uno dei migliori pianisti jazz russi (sebbene dire pianista jazz mi sembra riduttivo nel suo caso) e Michel Lambert, Carrier ha formato un trio che da tempo è unito in pianta stabile ed ha saputo guadagnarsi i favori della critica specializzata; in particolare quello che si è sviluppato è una sorta di scambio termico, in cui, un pò per effetto della formazione statunitense di Carrier e Lambert (alfieri dell'esuberanza) e un pò per la conformazione stilistica europea di Lapin (paladino del mesto sentimentalismo) si respira un'aria sobria al limite della spiritualità, totalmente libera da vincoli tecnici, che è l'apoteosi del camaleontismo jazzistico adattato al bisogno: il primo volume di "The Russian Concerts", registrato live a Mosca al DOM Cultural Center (per 3 brani) e al Nikitskaya Jewish Cultural Center (per uno), spinge sul pedale dell'equazione musica = benessere dell'anima, dove Francois incarna una sensibilità perduta nel jazz odierno, Lambert accende focolai e Lapin va in estasi addomesticando un piano che cerca di raggiungere gli obiettivi del McCoy Tyner di "Enlightenment" smorzato della sua componente blues.
E già questo è più che sufficiente per voler molto bene a queste registrazioni. 


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