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sabato 28 giugno 2014

Bruno Sanfilippo: ClarOscuro

Riprendendo un paio di concetti che avevo espresso riguardo il modern classical e il pianoforte di Bruno Sanfilippo, dicevo ".....sono pochi i pianisti che riescono a dare "peso" allo strumento, scavando nelle sue profondità armoniche, nella capacità di creare mirabili risonanze (anche di contrasto a tocchi di elettronica estemporanea) e soprattutto nella capacità di creare soluzioni....." (da Bruno Sanfilippo e le textures pianistiche)
ClarOscuro, il nuovo episodio discografico dell'argentino di stanza in Spagna, soddisfa ancora quel principio: nove brani configurati tra piano in solitudine (un Grand piano risonante) e trio con archi (un violoncello Manuel Del Fresno e un violino Pere Bardagi) che pullulano di sensibilità e di intima introspezione e che si collocano nel meglio di quella prospettiva incantata che ha ridato lustro al vecchio romanticismo, in un intervallo inteso storicamente in un senso più ampio del dovuto e che tocca l'amabile, metafisico ambiente di Satie per arrivare all'ideologico costruttore di strutture sonore, Harold Budd, che, grazie a dosi atipiche di minimalismo musicale, ha creato le premesse per una diffusione modulare di quei suoni.
E' da qualche tempo che molti obiettano l'appagamento del genere, e forse non gli si può dar torto quando si cerca di enucleare fattori essenziali per un'autenticità conclamata degli artisti (che va comunque visitata caso per caso), ma personalmente ritengo che esempi post-moderni come quello di Bruno provochino sensazioni in grado (attraverso quella tonalità incantata) di evocare quello che la nostra memoria ha con il tempo sbiadito, recuperare l'anima di una nostra esperienza di vita; è come rivedere, attraverso la musica, una persona cara o un genitore scomparso, un recupero che difficilmente toglieremo mai dalle nostre vite. In ClarOscuro le oasi del ricordo e della tattilità sensoria acquisiscono materialità nelle splendide configurazioni pianistiche di Absenta, i due Aquarelle sur papier e sur toile, nella lunga The movement of grass o nella forza d'urto psicologica di Day by day; mentre It happens on the ship è l'archetipo più riuscito nella normalizzazione degli episodi dedicati agli interventi degli archi.


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