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sabato 10 maggio 2014

Saggi di bravura alla Clean Feed tra rituali ed entropie (seconda parte)


Kaja Draksler è una pianista jazz slovena, improvvisatrice di stanza ad Amsterdam. E' qui che si sono fondate le analogie e si è redatta un'analisi su Cecil Taylor, il suo mentore, con l'aiuto di Vijay Iyer. Discograficamente oltre a condurre dei gruppi con caratteri somatici alquanti diversi (dal jazz all'etnicità della canzone turca), Kaja viene fuori da un progetto di jazz europeo di musicisti di nazionalità tedesca, portoghese e slovena. Dopo tanta distrazione il recupero della centralità dell'artista è arrivato sotto forma di un turbinio di lodevoli segnalazioni della stampa specializzata, grazie alla Clean Feed che ha reso possibile l'appuntamento con il primo, ambizioso, progetto solistico; l'opportunità è perciò stata espletata in "The lives of Many others", in cui si esprime tutto il potenziale.
Nonostante le evidenze formative, la Draksler si è adoperata per uno stile improvvisativo personale che risulta spesso distante dalla vulcanità espressa dallo stile di Cecil Taylor; Kaja sembra più essere una pianista jazz divisa tra classicità allo stato puro e fiotti di libera sperimentazione; certamente incappa in Taylor, ricalcandone l'essenza, ma solo occasionalmente ("Army of drops") fa balenare il rimando storico. Il suo è un pianismo "evolutivo", intendendo che esso è la diretta manifestazione dell'istinto espressivo dell'artista, allo stesso modo con cui un pittore mette su tela la sua creatività: lo stile è a tratti corposo, in altri momenti delicato, quasi un ripristino della sintomatologia lunare di Debussy (in "Vsi so venci vejli" c'è molto romanticismo, ma assolutamente privo di retorica e colmo di modernità); è arte che prende forma al momento, con figure che sono costruzioni perfette per navigare sulla tastiera con le mani separate (la mano sinistra rimane imperterrita su una o un gruppo di note scandite) che hanno però la forza di sfociare verso il misterioso o sono in grado di cristallizzare un ricordo, così come si presenta (disordinato e convulso). 

Poi c'è la parte espansiva che guarda al futuro: Kaja fa parte di quelle pianiste che hanno scelto di impegnarsi in una sorta di pianismo "doppio", cioè da svolgere sulla tastiera e all'interno/esterno di essa. L'aggeggio di cui si serve per percuotere le corde interne del piano nell'apertura di "The lives of Many others" è il primo viatico per l'interpretazione del suo pensiero: se vogliamo creare ancora della buona musica dobbiamo ripristinare il senso subdolo di essa; ebbene, le modalità di quest'inizio ci portano sulle strade del postmodernismo sociale: potrebbero simulare i pensieri su un treno di un viaggiatore, poi l'empasse che sposta l'attenzione su chiavi ed oggetti metallici microfonati, danno l'idea dell'arrivo. La misura dell'incertezza dettata dallo stato dell'entropia ha qui un significato tutto umano: lo stato del disordine affettivo aumenta e la musica lo deve segnalare; cominciano delle formazioni musicali granitiche, fisse, che documentano (attraverso la ritmicità e il carattere dei suoni) un dialogo tra mezzi informatici e uomini. (1)
Quando si arriva alla fine della suite "Wronger/Eerier/Stronger than (just a thought)/I recall" ci si rende conto di essere ormai di fronte ad una nuova splendida realtà del piano: Kaja Draksler riporta in vita quell'inebriante senso pianistico fotografia della realtà interpretativa, della sensibilità dettata dall'esperienza, in alcuni momenti sembra ricalcare le modalità espressive di una delle grandi discendenti di Taylor, Marylin Crispell che è stata per tanto tempo la più fedele ed originale ricostruzione delle strutture musicali di Taylor.
Assolutamente indispensabile per gli amanti del piano jazz!

Nota:
(1) vedi qui una sua effervescente versione dal vivo durante il Jazzhead! 2014.

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