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sabato 10 maggio 2014

Saggi di bravura alla Clean Feed tra rituali ed entropie (prima parte)

L'improvvisazione jazzistica spesso ci mette di fronte a delle dolorose constatazioni: si ascoltano musicisti molto preparati tecnicamente, ma poco lucidi nei loro progetti creativi; la conseguenza è che siamo portati a dimenticare presto la loro musica, non ci rimangono segni evidenti. Ma può capitare anche il contrario, ossia di avere musicisti meno sbilanciati in pirotecnici giochi musicali ma in possesso di una personale e fiorente capacità di distinguersi. 
Del pocket trumpet portoghese Sei Miguel ne accennai le sue eccellenti visuali in un mio articolo sul jazz portoghese di qualche tempo fa (1): Sei è un eclettico nel vero senso della parola, poichè ha costruito un "suo" prodotto musicale che è la risultante del processo di combinazione mentale di un ascoltatore colto ed attento. Con molta modestia Miguel si ritiene un normale jazzista, ma in verità egli è andato oltre le normali coordinate del jazz e lo ha fatto in un paese dove era difficile presentare proposte non direzionali immediatamente recepibili. Nella sua musica il jazz è inteso in senso molto generico, piuttosto c'è la ricerca di una sincronia tra la cultura musicale del suo paese, l'invadenza subìta dalle ritmiche centro-africane, l'aleatorietà e le pause percussive che provengono dai seminali interventi di Cage in quel settore, i diversi effetti spaziali della musica suonata in movimento ed in posti dislocati ed alcuni aspetti della modernità rumoristica. 
La raccolta di esibizioni di "Salvation Modes" è quanto di meglio voi potete ascoltare su Miguel: si tratta di registrazioni live durante concerti o esibizioni di natura culturale, che espongono la volontà dell'artista di tirar fuori una serie di "conduzioni" che egli ha tenuto da parte in tutta la sua attività. E' da questa premessa che nascono i tre lunghi brani che compongono "Salvation Modes" e che dovrebbero essere i primi di una serie a venire, pronti per la registrazione.
La prima improvvisazione di circa 27 minuti, "Prelùdio e Cruz de Sala" è uno splendido biglietto da visita: Sei vuole ottenere qualcosa che si avvicina ad una razza ibrida tra jazz e musica contemporanea; non è solo il pleonastico riferimento al preludio classico che, date le sue funzioni, qui ha un valore completamente estorto rispetto alla gestualità della musica colta, quanto lo sviluppo del brano che evoca plurime sensazioni che proiettano il pensiero a varie fonti ma che al tempo stesso risultano "stranamente" amalgamate. "Cruz de sala", specie nella parte centrale, sembra indire un flagello o qualcosa che a vedere con la confusione biologica, ma in molti momenti la domanda che viene spontanea è: ma in quale parte della materia siamo capitati? Miguel sintetizza la tromba del "Concerto di Aranjuez", l'oscurità del Miles Davis elettrico, il lamento vivido di Chet Baker e gli schizzi del primo free di Wadada e incastona questi sparuti elementi con la tempistica cageiana, con sviluppi di strumenti in conduzione casuale, con flussi musicali distribuiti tra silenzi e ripartenze audaci. Miguel si esibisce spesso con la valida trombonista Fala Mariam, che, nel dialogo improvvisativo, è metaforicamente una "moglie"; con il chitarrista Pedro Gomes, chitarrista elettrico con molteplici visuali (dallo sghembo di Ribot alla distorsione degli improvvisatori moderni) che inventa spazi sonori in successione, tra cui ne trova uno che riesce magnificamente a sostenere tutto l'asse del brano, una sonorità quasi ferrosa che ha subdolamente capacità di visualizzare proiezioni di nubi; potrei sbagliarmi ma ho la sensazione che Gomes avesse in testa gli elicotteri di Stockhausen mentre suonava; poi, il percussionista Cesar Burago è materia funzionale allo scopo di Miguel, poichè ha il compito di fissare in maniera incerta le configurazioni ritmiche e qui si va dalla ritualità afro-americana agli studi mercuriali di Cage. 
Il senso del rituale è nettamente più esplicito in "Cantata Mussurana" (18 minuti) che si apre con un basso introverso che ci immette nella cerimonia di purificazione della mussurana, un serpente equatoriale che sembra abbia funzioni di ripulitore degli altri serpenti e promette di far stare tranquilli i proprietari delle campagne che non devono temere di perdere i propri gatti. Questa eclettica celebrazione avviene musicalmente con l'espansione ad un'orchestra atipica (una viola, alcuni fiati, chitarre e dei bandoneon irriconoscibili) e attraverso una voce narrante, in modalità sussurrante che corrisponde a quella di Kimi Djabetè (2), un cantante e musicista della Guinea-Bissau che recita in Portoghese creolo; gli elementi di raccordo sono naturalmente ancor più numerosi e non devono solo essere presi per ciò che condividono: lo spazio del "Jungle jazz", atmosfericamente inteso, si contorce tra feedbacks calibrati, improvvisi accanimenti di tromba, viole contemporanee e percussioni che non conoscono più le proprie origini; ma il tutto è in perfetta armonia, una vera trance moderna ottimamente condotta da Miguel.
"Fermata", l'improvvisazione che trovate tra i due brani citati, è soprattutto concretismo da ascoltare con la sensibilità di un jazzista: con sottofondo non invasivo di cimbali, leggere percussioni e frequenza radio, esso permette di farsi un'idea sulle capacità dell'artista di imporre nuovi connubi sonori che pescano anche al di fuori dei canoni jazzistici. 
Mi sembra che la maturità del portoghese si stia incrementando di parecchio negli ultimi tempi: a questo punto, aspettiamo, fiduciosi, di ascoltare i suoi altri tesori nel cassetto.

Note:
(1) vedi qui
(2) Kimi Djabetè, vocalist, chitarrista e suonatore di balafon (uno xilofono dell'ovest africano), ha registrato due cds: Terikè (2005) e Karam (Chumbanca, 2009), influenzati dalle sonorità sudafricane, del Mali e da  un gusto tradizionale, con temi sociali rivolti alla condizione difficile della Guinea-Bissau.

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