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sabato 3 maggio 2014

Poche note sul jazz italiano: rivisitazioni attuali di Monk


Da più parti sollecitato, il tema del riposizionamento storico nella musica jazz del pianista Thelonious Monk costituisce ancora oggi oggetto di qualche indecisione, frutto di una serie di fattori sui quali si sono costruite ed argomentate alcune teorie. Da quello che conosciamo di lui e che ci viene fornito dalle testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto, nonchè dall'esegesi effettuata attraverso approfondite analisi e volumi librari, si è capito che Monk visse in un periodo in cui a New York si viveva un cambio generazionale delle arti: nel 1957/58 anni in cui egli suonò al The Five Spot, intorno a quello stesso locale si stava consolidando una nuova visione delle arti che tagliava diametralmente tutte le arti. L'espressionismo astratto pittorico di Willem de Kooning, Franz Kline ed Herman Cherry, le sculture di David Smith, il movimento letterario della Beat Generation (Kerouac, Ginsberg, Corso, etc.) erano le conseguenze di una sommossa culturale a cui mancava di essere aggiunto solo l'aspetto artistico musicale. Riguardo a quest'ultimo non si poteva fare a meno di notare come il jazz fosse a quell'epoca ancora visto con occhi sospettosi per via del problema della pelle. In quegli anni i principali drivers di interconnessione tra la nuova arte sperimentale e il jazz furono attuati tramite il compianto Amiri Baraka, che si intrometteva grazie ai readings musicali, e poco tempo dopo da Cecil Taylor, che è stato da sempre considerato come il naturale approccio delle arti post-1950 fornito dalla musica jazz. Ma Monk suonò al Five Spot prima di Taylor, e veniva apprezzato dalla comunità artistica come se fosse un'estensione del proprio pensiero e dei propri rappresentanti: molti di loro sentivano in quella presunta atonalità del linguaggio di Monk, l'affinità a creare astratti disegni musicali. Non penso che Monk potesse essere considerato un espressionista od un visionario tout court, nè tanto meno un fautore dell'atonalità; magari sarebbe più giusto dire che Monk era un tonalista che "pensava" atonale. 
L'eredità immensa di questo pensiero attuabile attraverso i mille risvolti tratti dalla contrapposizione di note ed accordi, corollari della magnifica spigolosità della sua musica, non ha cessato mai di costituire un insegnamento per tutte le generazioni. In Italia naturalmente non si contano le interpretazioni, tuttavia vorrei segnalare un paio di esperimenti recenti che meritano tutto rispetto per il grado di avanzamento che propongono.
Il pianista Franco D'Andrea è certamente uno di quelli che più è stato attratto dal sound dell'americano ed ha già avuto modo di raffigurarlo in passati episodi discografici. Tuttavia quest'ultimo sestetto di "Monk and the time machine", formato con strumentisti eccellenti (Andrea Ayassot ai sax, Daniele D'Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria), fornisce uno degli approfondimenti più calzanti della musica di Monk. La riuscita sta nel fatto che D'Andrea mixa il gusto della melodica rappresentazione con alcuni visionari passaggi strumentali che portano l'improvvisazione in territori extra-jazzistici, andando incontro esattamente all'esigenza di voler raggiungere nuovi traguardi in quell'eredità lasciata da Monk, ma essendo anche ben consci di partire da fattori tradizionalmente presenti nello stile dell'americano. Un evento che in pochi sono capaci di filtrare, dal momento che l'unica possibilità di far rivivere senza retorica il pianista americano è certamente combatterne le configurazioni per riportarle avanti con i tempi...."io guardo e ho sempre guardato avanti, in avanscoperta a cercare qualcosa. In questo progetto, ci sono pezzi di Monk e alcune mie composizioni che hanno a che vedere con quello che Monk mi ha dato. Alcune composizioni sono criptiche, solo apparentemente non hanno a che vedere con Monk, ma in realtà nascono dalla mia ispirazione per lui....."
Il secondo motivo di riuscita di "Monk and the time machine" sta nella accresciuta eleganza del pianista italiano (un requisito quasi assente nel panorama odierno del jazz) e del livello dell'improvvisazione dei suoi comprimari che durante tutto il lavoro emergono con i loro interventi fornendo non solo il materiale necessario per l'aggiornamento stilistico, ma anche distribuendo perle circostanziali di assoluto valore. 
L'altro "attacco" alla musica monkiana è quello effettuato attraverso i fiati da Luciano Caruso (sax soprano e arrangiamenti) assieme a Piero Bittolo Bon (baritono sax), Jacopo Giacomoni (sax alto) e Alberto Collodel (clarinetto) in "Smonkiana" a nome del Zvuk Quartet (Rufo Records). Impostato in quattro parti, con un accattivante sound di assieme ricavato da alcune tinte dei timbri degli strumenti  (che tendono a privilegiare sonorità vicine alle brass bands), ha l'intento di segmentare le melodie dell'americano e farle diventare una sintesi snaturata e dichiaratamente personale, pur nel rispetto del carattere di Monk: aperto alla vita negli episodi più melodici, energicamente misurato nelle angolature dei momenti più irti di contrasto. Come spiega Caruso "....l'idea nasce dall'ascolto e dal suonare alcune composizioni, e da riflessioni che negli anni mi hanno accompagnato, leggendo analisi critiche e libri sulla musica di Monk e di Steve Lacy. Era mia intenzione mettere in relazione tutto il corpus composto da Monk come se fosse una sola composizione, per cui non mi restava che "ricomporne" la musica, idea un pò folle se intesa nei confronti di uno dei Maestri della musica tutta del '900. Di fatto ho messo in relazione le varie parti tematiche da me scelte, "ricomponendo" tutto il corpus (circa 70 composizioni) monkiano..."
Ne viene fuori un disco melodicamente abrasivo, che è un turbine storico, poichè vi fa gustare Monk con più travestimenti, dando la sensazione reale di ascoltarlo tramite un'orchestrina di Glenn Miller o di un ensemble minimalista fino ad arrivare ad un set di libera improvvisazione.

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