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sabato 5 aprile 2014

Poche note sul jazz italiano: etnicità jazz con linguaggi intelligenti

Questa volta parliamo di improvvisazione con finestra aperta sull'etnico: in particolare vi voglio segnalare le notevoli proposte offerte dai Desuonatori e dal duo Barbiero/Raviglia.

DESUONATORI

Il progetto Desuonatori nasce in terra salentina e si propone di coordinare tutta una serie di progetti musicali aventi un comune denominatore nell'autenticità della proposta, cercando di ripristinare quella che per i musicisti veri e sensibili è la "responsabilità" etica della musica. In questo nobile e del tutto gratuito tentativo di ripristinare la serietà dell'ascolto, di sviluppare la riflessione tecnica nel contesto di un'organizzazione di pensiero musicale ben definito, si inquadrano le prime tre pubblicazioni del progetto (in attesa di ulteriori ed importanti pubblicazioni): è la definitiva conferma di un polo jazzistico dell'estremo sud pugliese, la cui introduzione vuole essere per voi lettori un motivo di vera scoperta, poichè in alcuni casi ci si trova in cima ad una scala di valori quanto a validità e creatività delle idee profuse.
"Agàpi" è il duo composto dal sassofonista Francesco Massaro (clarinetto contralto e sax baritono) e il fisarmonicista Rocco Nigro in cui i due musicisti si indirizzano sul quel percorso che unisce le istanze etniche (nel nostro caso si basa su una elaborazione visibile delle melodie tradizionali salentine) con l'improvvisazione libera. Questi due mondi apparentemente così distanti in "Agàpi" non sono mai stati così vicini: non pensate minimamente ad un prodotto che non si "assorbe", il risultato è godibilissimo e funzionale allo stesso tempo. Il jazz, che da tempo sta cercando anche altri orizzonti, ha bisogno di operazioni coerenti come questa: in particolare il lavoro di Massaro (che sembra una via di mezzo tra il pifferaio magico e Anthony Braxton) e quello di Nigro (che deframmenta il suo strumento e lo rende idoneo sia per una festa paesana che per un concerto di contemporanea) è ricomposto in vista di una un'impostazione nuova tesa alla creazione di una diversa espressione, intesa come commistione della realtà improvvisativa con le proprietà motiviche delle zone leccesi, un prezioso tentativo di esplorazione musicale di nuovi orizzonti, che ha conferme anche nell'utilizzo sporadico di strumenti dimenticati come il violino a sonagli, uno strumento percussivo tradizionale suonato alla stessa maniera di un violino dove però archetto e strumento sono pezzi di legno di ulivo con sonagli: poverissimo ma con un suono inconfondibile.
Le chitarre di Valerio Daniele caratterizzano "7 piccole cose": qui, il lavoro di interposizione tra cultura tradizionale e jazz è svolto in territori diversi e più equilibrati: arpeggi ed evoluzioni jazzistiche servono per dare l'idea di un umore ben preciso delle terre di provenienza, con tutto il loro carico di storia e con tutta la bellezza del paesaggio; Daniele, è colui che ha organizzato il progetto Desuonatori, con molta semplicità incarna i panni di un Metheny trapiantato nel Salento: sebbene egli abbia dichiarato che il progetto non vuole stringersi attorno ad una conclamata unità di genere tesa ad avvalorare la formazione dei musicisti curata sotto l'aspetto dei rapporti tra il jazz e gli istinti etnici, è proprio sotto quest'aspetto che si aprono "autostrade" di possibile sviluppo musicale. 
Daniele, Massaro, il trombettista Giorgio Distante assieme al contrabbassista Luca Alemanno costituiscono la band chiamata Nàdan, che appoggia il progetto sonoro del batterista Dario Congedo: "Calligrafie" sembra sia stato ispirato dalla permanenza di Congedo nei paesi scandinavi, ma sarebbe un errore pensare che riproduca impostazioni nostalgiche tipiche di quelle zone: l'ottimo lavoro compiuto su tutta la gamma strumentale (con Congedo che sviluppa una personalità da leader nel gruppo) tende ad esaltare dinamiche e stati descrittivi, donando l'idea di un lavoro di interposizione jazz la cui provenienza è universale: d'altronde oggi lo sguardo percettivo sulla particolarità emotiva di alcuni suoni è cosa che accomuna il nord come l'est dell'Europa (vedi tante produzione dell'Ecm R.) così come confermato dai musicisti con provenienza diametralmente opposta.

Massimo Barbiero & Marta Raviglia - Gabbia

In molte occasioni su queste pagine ho ribadito l'importanza della lingua dialettale come linguaggio più sincero dell'anima: di questo parere era anche Dante Alighieri, quando nei suoi "De Vulgari Eloquentia" ribadiva l'importanza del vulgare di fronte agli intellettuali dell'epoca votati alla lingua latina. Anche nella frammentazione delle lingue provocata secondo lui dagli eventi confusionali provocati dalle vicende della Torre di Babele, ne salvaguardava l'unità basandosi sulla loro espressività: naturale era avere più dialetti e più inflessioni (e Dante ne fece anche una classificazione a quanto pare) ma unica ed importante doveva essere la comunicazione. Nel coltivare l'ottica letteraria appartenuta ai toscani di quei tempi, esso si poneva come mezzo per liberare le oppressioni dell'anima; in questo processo di liberazione tramite la poesia sembra sia stata la donna una delle figure determinanti di sviluppo dei concetti, costruendosi allo stesso tempo la fama anche di essere il soggetto più mortificato dalle dilanianti problematiche interiori. 
"Gabbia", duo tra il percussionista Massimo Barbiero e la cantante Marta Raviglia, ci introduce in questo tempo denso e mistico, in cui la considerazione accentuata verso le forme che vanno dal 200 fino al 500 rinascimentale italiano è conseguenza diretta del favore che viene accordato al potere di immedesimazione negli eventi, potere discendente da una corretta esposizione musicale. "Gabbia" pesca da testi provenienti dagli "anonimi" poeti del tempo dei Memoriali bolognesi, dalle novelle di Leonardo Da Vinci, dai sonetti di Tullia D'Aragona nonchè da temi di Ariosto, Giovanbattista Marino, Matteo Boiardo e Jacopo Sannazzaro, incentrando il tutto sull'argomento metaforico delle gabbie, intese (come nella descrizione di Morandini nelle note), come "...prigioni in cui ci avvoltoliamo per conto nostro, celle rassicuranti e insieme soffocanti che ci costruiamo pezzo per pezzo, tutte nostre....". 
E' questo tipo di prigione che i due musicisti vogliono riprodurre con mezzi attuali rispettosi della sensibilità storica: "Gabbia" è un surreale trip dello struggimento vestito della psicologia della modernità: equamente condiviso negli intenti, rivela la continua ricerca del percussionista nel trovare dei suoni che si materializzino come simboli di una civiltà passata, ma che ancora possono essere proponibili in senso estetico per le nuove generazioni, mentre la Raviglia compie un lavoro eccellente nell'assecondare vocalmente l'inquisitiva riflessione musicale sottostante, cacciando dalla sua voce, i fantasmi di tutte le donne condizionate dagli inganni della vita; quando non racconta, Marta dà brividi quando si avvicina all'intensità della migliore Diamanda Galas (che non è necessariamente quella che impressiona) anche di concerto, negli interventi volutamente scordinati al piano. 
Una splendida operazione di trasposizione storica, un atteggiamento molto speciale dell'improvvisazione, che coinvolge cultura, società e musica, a cui Massimo, nella presentazione del progetto al festival di Ivrea, ha naturalmente pensato di abbinare anche un'ammiccante danza contemporanea. 

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