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martedì 15 aprile 2014

Paul Bley ancora solo ad Oslo

La valvola di congiunzione tra Lennie Tristano e Keith Jarrett fu Paul Bley: Tristano incantava con le sue atmosfere oblique, frutto dell'incontro tra l'improvvisazione boppistica e la classicità in cerca di nuove soluzioni inaugurata da Debussy, ma non ebbe le caratteristiche, le velleità e il tempo per poter affrontare quell'imperioso concetto che rispondeva all'improvvisazione totale*; allo stesso modo siamo tutti propensi a celebrare il Jarrett pianistico come la miglior espressione del gigantismo allo strumento, una qualità che veniva aggiornata nell'ambito del processo di arricchimento del musicista, ottenuta inserendo un'empatica ed approfondita relazione con il piano. Ma dimentichiamo che prima di lui, c'era già un pianista che, con il proprio ego, faceva cose simili. Bley ebbe probabilmente il merito non solo di accogliere quella radicale percezione che riuniva nello stesso spirito musicale tanti elementi musicali (melodie, ritmi, etc,) e tecniche (da quelle post-classiciste a quelle post-boppistiche), ma di inventare la facilità della variazione dei temi improvvisativi, di saper catturare l'umore interiore a prescindere dalle forme; si trattava di un modo di condurre il piano che faceva apparire facili cose che per loro natura hanno bisogno di un lungo processo di assimilazione. Non reggono i paragoni che la storiografia jazzistica gli ha attribuito in relazione alle vicissitudini del trio di Bill Evans (si era di fronte a due personalità artistiche diverse la cui maturazione negli elementi stilistici arrivò chiarissima e, per entrambi, dopo un periodo di intensa attività musicale) nè a maggior ragione reggono le similitudini con Jarrett, a cui offrì le sue concezioni, condividendo in generale con Jarrett solo l'approccio iniziale, ma distaccandosene per altre caratteristiche; mentre Bley era considerato più "oscuro" e "libero", Jarrett suonava "brillante" e "accademico", in ossequio ad una maggiore integrazione di generi musicali o motivi melodici che erano il frutto dell'espansione dell'americano nei meandri del rock, della new age music o più in generale degli stili americani. Paul si distingueva anche dalla sua ex compagna Carla, poichè in lui c'era un'urgenza espressiva che Carla invece riusciva a metabolizzare in cadenze nel suo linguaggio. 
Inutile dire come la figura di Paul sia stata indispensabile per la musica jazz: era sempre colui che ne intravedeva i suoi confini spaziali, metteva in discussione la logicità di certe impostazioni improvvisative che non lasciavano tracce concrete di creatività, ed egli stesso ha fornito, attraverso alcuni libri od interviste, le chiavi per accedere alla sua musica.
"Play Blue - Oslo Concert" (Ecm R.) raccoglie una sapida e redditizia verifica della sua arte pianistica al festival di Oslo del 2008: impossibile non innamorarsene, sebbene gli appassionati del jazz siano forse già abituati alle sue vivide esibizioni pianistiche sparse nel tempo; ciò che è fondamentale è rendersi conto di come musicisti/compositori come Paul costituiscano un esempio illuminante di come nel jazz nuove soluzioni potrebbero aprirsi abolendo gli schemi mentali formativi ed accettando un rischioso percorso mimetico tra creatività ed esecuzione, raccogliere le scintille "eterogenee" dell'ispirazione, in modo da poterle acciuffare in tempo reale e tradurle in musica.


*vedi un mio articolo riguardo all'argomento qui

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