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venerdì 25 aprile 2014

La musica elettronica tra terapia ed estetica

La psicoacustica ha aperto nuovi sentieri nella musica poggiando sull’interesse rinnovato dell’uomo di poter scoprire nuove relazioni adoperabili non solo dal lato della fruizione della musica, ma anche utili da poter utilizzare per scopi benefici: da tempo questa disciplina scientifica, intercettata musicalmente da compositori come Stockhausen o Subotnick, si è introdotta nello studio dei rapporti tra apparato uditivo e quello sensorio. Dopo tutta una serie di scoperte ormai più o meno note oggi (lo studio delle frequenze non udibili, gli effetti accrescitivi e scompositivi dei suoni nella percezione sonora, la localizzazione degli strumenti e il loro rapporto di differenziazione con gli stimoli uditivi, etc.) oggi le frontiere si muovono anche verso le conseguenze terapeutiche dei suoni: molti studi dimostrano come la portata di alcune combinazioni di suoni siano in grado di stabilizzare le degenerazioni dei pazienti nei reparti intensivi, di sedare inspiegabilmente la pena di determinate patologie, nonché di aiutare a diminuire lo stress nervoso e in generale il rilassamento. 
Se in prima approssimazione queste considerazioni possono indurre a pensare che questi siano più problemi che hanno a che fare con la medicina o la psicologia, sottomettendosi ad un’analisi approfondita e che non esclude nessun fattore collegato, esse rivelano anche un problema estetico e del tutto musicale soprattutto se non rimaniamo nel solo campo del creatore: nulla vieta in sostanza che appropriate configurazioni di suoni che si caratterizzano per un posizionamento particolare nel nostro cervello, non siano anche “buoni” suoni da ascoltare a prescindere dagli intenti curativi o lenitivi; se molta elettronica moderna e melodica suscita in maniera quasi immediata un confronto positivo, è sul versante di quella più sperimentale che bisogna ancora una volta fornire le giustificazioni. Si pensi alle cosiddette ricerche binaurali, cioè quelle ricerche che dimostrano che la nostra limitata percezione dell’ascolto può essere imbrigliata da un sistema di filtraggio elettronico dei suoni e farci apparire un suono nel nostro cervello (mentre lo ascoltiamo) a destra invece che a sinistra: esse possono convivere con l’idea di suoni ontologicamente validi dal punto di vista artistico, in possesso di un giusto idioma creativo (che per essere valutato ha necessariamente bisogno di una competenza all'ascolto storicizzata), in cui il coinvolgimento emotivo passa attraverso le caratterizzazioni timbriche dei suoni.
Quando Stockhausen introdusse il principio che la musica potesse avere più dimensioni (musicale, celebrale, emotiva, visuale, etc.), esulando da quella stabile e tradizionale posizione della critica musicale che semplicisticamente si basava sull’artigianato della composizione, capì che aldilà dello sdoppiamento della “musica” e dell’importanza rivestita dalla spazialità dei suoni, fosse ancora primario ed essenziale il ruolo filosofico da attribuire ad essa come fornitrice di ricordi ed immagini subiliminali della mente; anzi attraverso i suoni elettronici ne accrebbe il significato traendo nuova linfa dai nuovi orizzonti di suoni che gli si aprivano davanti. E’ sotto l’influsso di questa considerazione che si apre tutto lo scenario storico dell’elettronica fino ai giorni nostri, poiché i concetti di “corriere cosmico”, di “poema elettronico”o “sculture sonore“ fino ad arrivare al phasing scompositivo di Reich, alle sintesi granulari, ai rumori armonizzati degli Aphex Twin o a quelli codificati di Noto e Ikeda, pagano un tributo a quell’intuizione primaria del tedesco. 
Ecco, quindi, che il percorso tracciato in favore di una musica che sia a doppia valenza (quella puramente innovativa derivante dalle scoperte degli strumenti elettronici a disposizione e quella estetica che sia in grado di produrre quell’equilibrio tra impatto emotivo e soddisfacimento della ragione creativa) è ancora l'unica strada percorribile, anche in presenza di una completa modificazione (mortificazione?) delle abitudini d’ascolto indotte dall’attaccamento inevitabile al ruolo oggettivo della musica e dall’enfasi sul timbro posto dai compositori e musicisti contemporanei. La capacità evocativa deve rimanere intatta, così come importante dev’essere la fase critica di riconoscimento dei suoni (facendo ricorso all’esperienza di ascolto e conseguentemente al loro posizionamento nella dimensione storica). Al riguardo non avrei dubbi sul fatto che determinati ascolti fatti in condizioni cliniche più o meno preoccupanti siano in grado di rilasciare quel potere curativo (di cui si parlava prima), anche per effetto delle immagini riflesse dalla coscienza.

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