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lunedì 17 marzo 2014

Steve Lacy solo sax

Quando si parla di espressività nel jazz non si può fare a meno di ricorrere alla figura del sassofonista soprano americano Steve Lacy. Lacy è ancora oggi uno dei più amati jazzisti di tutti i tempi, un'evenienza che a dir il vero non sorprende quando si comprende l'universalità della sua musica, naturalmente proiettata all'edificazione di un ponte di raccordo tra diverse tipologie di ascoltatori. Ma Lacy ha anche coniato un proprio stile riconoscibile nella sua specificità grazie ad elementi ricorrenti, stratificati nella produzione discografica in forma di lungo work in progress, fatti di continui miglioramenti e revisioni dell'attività musicale elargita: queste modificazioni affiorano in tutta la loro maturità tempo alla mano, attraverso il dispiegarsi di una lunga serie di concerti, attività educative e di arricchimento teorico. Qualcosa di concreto che è stato anche trasferito su supporto discografico e di cui si apprezza a pieno il suo valore nelle prove solistiche. 
Oggi il "solo" di Lacy è una specie di amuleto prezioso, una sorta di oggetto da collezione, di quelli che periodicamente si tirano fuori dalle collezioni per essere risentiti; tutte le sue registrazioni che lo vedono impegnato in solitudine (o quasi) con lo strumento costruiscono l'immagine di un musicista interrelato tra le arti (la musica è un pari grado della pittura, letteratura o filosofia), con una capacità di sintesi del jazz quasi aerobica nel saltare in maniera volubile cento anni di storia del jazz e della musica importante del novecento, passando dalle primordialità della musica afro-americana fino alla contemporaneità. Di un unico musicista Steve ebbe l'impronta principale e fu Monk di cui condivise la musica nella parte iniziale della carriera. Thelonious avvertìva sempre Lacy di estrapolare la sua realtà, il proprio ego, ed in questo Lacy, pur omaggiando spesso il suo maestro, gli diede ascolto sfruttando anche le possibilità esplorative del soprano in rapporto all'evoluzione temporale delle dinamiche raggiunte dal jazz. Lacy ne smussò le angolarità e ripropose un linguaggio simile negli scopi ma diverso nei contenuti, tenendo legate le note da un ben determinato filo conduttore.
Lo stile di Steve si fondava su una libera rappresentazione che non dimenticava il passato ma che attribuiva un ruolo non secondario alla virtù del comporre, sebbene questa virtù si mescolasse negli àmbiti improvvisativi. Un aneddoto spettacolare e ricorrente del sassofonista, impegnato nel sottolineare come le differenze fossero davvero poco importanti e basate solo su principi alquanto superabili, fu quello in cui Rzeski con registratore a nastro alla mano, all'improvviso lo costrinse a dare una definizione della differenza tra composizione ed improvvisazione in quindici secondi: Lacy, in quindici secondi esatti disse: "in 15 seconds, the difference between composition and improvisation is that in composition you have all the time you wanto to think about what to say in 15 seconds, while in improvisation you have only 15 seconds".
Il primo disco in solo di Lacy è formalmente lo splendido "Lapis" del 1972, ma la sua prima registrazione di un concerto si ebbe nell'esibizione al Theatre du Chene Noir di Parigi, registrazione poi confluita in un lp per Emanem R. nel 1974 (ristampato due anni fa come "Avignon and after vol. 1"): sono due momenti musicali che esprimono solidarietà nello stile ma anche differenza di approccio. Se il concerto di Parigi segna l'atto iniziale di un percorso in solo che costituisce l'ossatura di gran parte della sua legenda musicale, Lapis è uno dei pochi episodi in solo che affonda il coltello nella pratica della libera improvvisazione. Negli anni in cui John Coltrane aveva unito velocità, passione e spiritualità nella sua formula, mentre Evan Parker si era avventurato in una di quelle fantomatiche imprese radicali dettate da uno spirito improvvisativo dedito alla sperimentazione, Steve Lacy appariva come una formula di mezzo: nonostante la proverbiale difficoltà per i sopranisti di trovare la perfetta intonazione dello strumento e del timbro soprattutto sui sovracuti, l'americano con naturalezza riusciva a far dimenticare tali problemi tecnici, suonando spirituale ed avanzato al tempo stesso, come frutto dell'interessamento alla filosofia orientale da una parte e del rinnovamento sullo strumento intrapreso grazie a personalissime tecniche estensive dall'altra.
Lapis, assieme al Solo at Mandara del '75 e al Solo della In Situ nel '91, rappresenta l'alea più innovativa e sperimentale di Lacy, che si presentava con una sorta di art-form jazzistica, in cui l'urgenza espressiva si nutriva di visuali artistiche ricercate al di fuori del semplice atto musicale: specie in Lapis, compare l'elettronica, che si affianca (direi con pieno significato del termine) al suo sax simulante, descrittivo, che cerca di ottenere uno spazio metafisico tipico della metafisica pittorica delle inquiete muse di Ferrara del dipinto del De Chirico. Con Lapis si apre ufficialmente la stagione del riconoscimento artistico della free improvisation, ingenerando quella riflessione (di cui ancora oggi si fa fatica a riconoscerne i contenuti) di come essa sia in grado di suscitare in maniera molto più esplicita del jazz tradizionale un concetto subliminale di arte in forma musicale. Quello che stava riuscendo a Lacy era qualcosa di unico nella sua bellezza: nemmeno un antesignano del settore come Evan Parker era riuscito in un impresa similare (su Parker gli intenti subdoli della musica si indirizzavano soprattutto su un destabilizzante espressionismo astratto). 
Lacy era la personificazione dell'eleganza e della mediazione sui generi, dove un tema semplice composto da una successione di note ritmicamente vicine ad un impianto scolastico, man mano prendeva forme astruse ed evocative, raffinate e libere, come l'artista insaziabile della vita che fa partecipe sè e gli altri delle particelle singole delle sue rappresentazioni.


 Discografia da solista (in grassetto i miei preferiti):

-Lapis, in studio con sovraincisioni, Saravah 1972
-Solo Theatre du Chene Noir, registr. Parigi del 1971, Emanem 1974 (si trova anche nella ristampa di Avignon and after vol. 1, pubblicata da Emanem 2012)
-Torments, Solo in Tokyo registr. del '75, Morgue 1979
-Solo at Mandara, Aum 1975
-Stabs/Solo in Berlin, FMP 1976
-Straws, reg. Milano, Cramps 1977
-Clinkers, Hat Hut 1978
-Axietè vol. 1 & 2, reg. a Como nel 75, Red Record 1978
-The woe, Solo in Montreal del 76, originariamente Quark 79 poi ristampato come Hooky, Emanem 2000
-Eronel, comp. su Monk, Roma, Horo 1979
-Live at Jazzwerkstatt Peitz, registr. del 1981, pubblicate nel 2006
-Hocus Pocus: Steve Lacy solo, Belgio, Les Disques du crepuscule, 1986
-Blues for Aida, Solo in Japan, doppio cd per la Egg Farm, con registrazioni del 1986
-Outings, Roma, Ismez 1986
-Only Monk, Italia anno 1985, Soul Note 1987
-The Kiss, Japan, Lunatic 1987
-More Monk, Milano, Soul Note 1991
-Solo, Parigi, In Situ 1991
-Remains, Svizzera, Hat Hut R, 1992
-Actuality, Usa, Cavity Search 1995
-Live at Unity Temple, Chicago, Wobbly Rail 1998
-Sands, Parigi, Tzadik 1998
-Snips, Usa doppio, Jazz Magnet R, 2000
-Misterioso (Monk's moods), Onyx 2001
-November, registr. di un festival svizzero del 2010, Intakt 2003. 

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