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giovedì 20 marzo 2014

Costruire strumenti con l'anima norvegese

Un folgorante carattere di novità fornito da Jonsi Birgisson e dal suo gruppo Sigur Ros, fu quello di creare una sorta di ipnotica situazione di canto esibito in forme fanciullesche che si trovasse sospesa nell'ambiente freddo delle terre geografiche europee del nord. Un principio che ha interessato a fondo le nuove generazioni di musicisti provenienti da quella regione.
La prima realtà musicale della cantante Mari Kvien Brunvoll fu la creazione di un trio chiamato Building Instruments: a differenza di quanto si può pensare, meditando sul senso del nome scelto non si ottiene alcun risultato utile alla comprensione. E' necessario passare all'ascolto della musica, ed è lì che si trovano le risposte. La "costruzione degli strumenti" in questione non è un assemblaggio materiale di mezzi per produrre musica, quanto una metaforica simulazione degli strumenti in essere: il trio (completato dal batterista Oyvind Hegg-Lunde e da Asmund Weltzien a synths e elettronica) cerca di catturare quelle note, suoni o melodie che scorrono quasi inesorabili nella memoria vacua dei tempi morti dei concerti o delle attese quotidiane: con la sua splendida ed innocente voce la Brunvoll potrebbe simulare le note di un synth alle tonalità alte, così come il drumming eretto molto semplicemente sulla ritmicità degli esterni dei rullanti e degli incroci legnosi delle bacchette, potrebbe fornire la sostituzione di un loop di elettronica. Il principio è avvertire/percepire un sound nel proprio intelletto e riproporlo con forme acustiche: la vocalità della Brunvoll, che è fondamentale per alzare le dinamiche, mira dritto alle fiabe norvegesi, dove le trame pullulano di animali impastati nella natura o di leggende di uomini trapassati dal tempo (anche l'uso del dialetto nel canto contribuisce ad avvalorare la tesi), ma è un suono del presente quello che si può ascoltare, quello che vola sulle intersezioni tra generi diversi rispettando l'essenza dei luoghi. Assieme a Terje Isungset, Mari spesso ha cantato sui ghiacci, evitando forse di raggiungere radicalità o avamposti avanzati sul suono, ma prendendo solo l'anima melodica dei suoni, quella che si preoccupa di costruire un patchwork universale che possa caratterizzare il tempo ed ingabbiare un sentimento naturale.

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