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domenica 2 marzo 2014

Bruno Bavota e i segreti del mare


In passato su queste pagine ho sottolineato come gli anni novanta del secolo appena scorso hanno rappresentato per la maggior parte della musica popolare uno spartiacque di vero cambiamento: la nostalgia e gli umori oscuri sono stati gli elementi principali comuni ad un filo conduttore che ha interessato tale segmento musicale: la riscoperta di Satie, vero collante di molte di queste produzioni, non è stato un fatto casuale ma ha accompagnato il tenore depressivo delle nuove generazioni di musicisti: sebbene in passato gli episodi direzionati in tal senso non fossero mancati, tuttavia essi non rispecchiavano l'estetica predominante, tutt'altro invero; ma intorno alla metà degli ottanta la naturale esigenza di svelare un mondo in trasformazione che stava subendo altre sollecitazioni divenne un imperativo nella musica leggera. Ad oggi le esperienze provenienti sia dal mondo classico che non, confermano che questo trend non tende a diminuire: da un certo tipo di minimalismo fino ad arrivare a quel filone variamente contaminato denominato "modern classical", tutto sembra rispecchiare i gusti di un pubblico che non è sic et simpliciter quello delle classifiche di vendita.
In Italia, nonostante un'intensa controversia dottrinale, un grosso scossone nelle interazioni tra elementi "semplici" di generi subalterni è venuto dal primo Ludovico Einaudi: come la maggior parte dei colleghi proveniente dal mondo classico, Einaudi ad un certo punto ritenne di essere affogato dal tecnicismo delle partiture per cui egli, aiutato dalle direzioni intraprese da molti musicisti europei, cercò di creare una sorta di post-new age, ove si potesse combinare l'espressività e la profondità di un piano con un impianto formale di sviluppo di avanguardia minimale: era impresso un particolare indirizzo alla musica popolare, che non piaceva agli accademici, ma incarnava una sensibilità musicale dotata di una maggiore comunicativa. Aldilà di considerazioni estetiche fuorvianti, si era creata un'appendice speciale del romanticismo e del primo novecento come nuovo teatro della rappresentazione spirituale ed interiore. Einaudi ha ricevuto ormai il suo plauso (gli ultimi anni del compositore mi sembrano piuttosto involuti) calcando i palchi di teatri importanti, una tendenza che sembra coincidere in maniera prematura nel pianista napoletano Bruno Bavota, chiamato a suonare al Royal Albert Hall di Londra, un tempio della musica mondiale e che sta presentando in anteprima il suo secondo album "The secrets of the sea", un tema musical-letterario implicito dedicato al mare. Bavota è un pianista raconteur strumentale, di quelli che ben si ascoltano nelle psicosi narrative, dove ogni nota (piano o chitarra che sia) è centellinata alla costante ricerca di un sodalizio tra espressione e contenuto emotivo. Bruno cerca geometrie in uno spazio di suoni che è diventato oramai un pantano in questo genere (soprattutto quando si fa riferimento alle consolidate esperienze effettuate oltre frontiera), ma si intuisce che l'attuale fase potrebbe essere propedeutica per una più ampia capillarità dei suoni, quella che può far scaturire il pathos necessario per accendere scintille. In questo momento di musicisti determinati come Bavota impegnati così a fondo in quel regno fatato che sta tra la new age e il modern classical, ne vedo pochi nel nostro paese, perciò il mio augurio è che quello che adesso sembra acerbo nelle prospettive, diventi pietra angolare per imporre una continuazione intelligente del lavoro da svolgere nell'incompreso mondo dell'arte musicale popolare odierna.

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