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domenica 23 febbraio 2014

Rivalutiamo il gruppo dei Six?

Agli albori di questo blog vi presentai una mini guida in chiave storica su concerto e sonata per pianoforte (1) (corredata di raccomandazioni d'ascolto) in cui prendevo in considerazione, con un'accezione ampia e personale, anche il periodo "romantico", espandendolo, in maniera contraria alla dottrina musicale, fino agli ultimi postumi del classicismo (il neoclassicismo di metà novecento): in sostanza non si trattava di un errore (come ritengo molti avranno pensato), ma solo di una sistemazione nuova che faceva leva sulla tonalità e soprattutto sullo spirito e sulle caratteristiche dei tempi che segue l'imporsi della razionalità moderna dell'uomo fino al suo dissolversi.
Inoltre un altro problema ampiamente dibattuto è quello del riconoscimento dell'importanza di alcuni movimenti nati nell'ambito di questo lungo periodo che si estende fino alla prima metà del novecento: in particolare letteratura musicale e filosofica hanno costruito dogmi basati su idiomi popolari che spesso non corrispondono al buon senso. Il gruppo dei Six, nota aggregazione francese sorta intorno agli anni venti è stata oggetto di questa divaricazione di pensiero: con molta nonchalance la si è sempre vista con gli occhi di un intellettuale, attribuendogli solo le caratteristiche evidenti, ma allo stesso tempo trascurando i particolari aspetti innovativi. Riguardo a questi ultimi è chiaro che una specificazione è d'obbligo: se per innovazione intendiamo la scoperta di nuovi elementi musicali, allora i Six avrebbero avuto poco da offrire (Poulenc richiamava in maniera pressante le tematiche che erano state di Bach e Mozart, Durey e la Taillaferre pescavano nella classicità conclamata); ma l'innovazione di cui parlo non era di prodotto, quanto di processo musicale. All'interno della composizione i noti compositori francesi di quegli anni svuotavano i loro pensieri e le loro sensazioni nate intorno alla Belle Epoque francese. Quello a cui probabilmente essi si ricollegavano era quell'andamento ironico, pittoresco, che proiettava le immagini di vita o dei caffè o teatri concerto, in cui le rappresentazioni artistiche erano invidiabili espressioni della realtà popolare: bisognava catturare quella vitalità che proveniva dai negozi commerciali, dalle rappresentazioni divertenti degli artisti in piazza o nei teatri, la brumosa emozione provata nelle passeggiate al calar della sera davanti ai fiorai o altri avventori sfruttando la serenità creata dagli impianti di illuminazione: essi proiettavano il nuovo modello di vita che è ancora oggi il nostro. 
Dal punto di vista musicale il discorso è più complesso di quanto si pensi: i compositori del gruppo dei Sei infatti, pur essendo classici di base, articolavano le loro composizioni in maniera da ricomprendere elementi diversi e suscettibili di accogliere quei fermenti "spettacolari" che gli si presentavano difronte: in questo percorso affluivano istinti impressionistici, spunti esotici e tanti espedienti per escogitare versioni calzanti delle nuove rappresentazioni sceniche (non c'è solo un'evoluzione del teatro e del balletto, ma sta nascendo il cinema). Ma non erano vuoti esercizi post-moderni, la tendenza era sempre quella di ricreare una profonda riflessione sussidiaria, una lettura che nel caso di Satie, ispiratore dell'aggregazione, divenne addirittura surreale. La dimostrazione tangibile di questa espressione si ebbe nella controversa esposizione di "Les mariés de la Tour Eiffel", balletto commissionato ai sei su un soggetto di Cocteau: la direzione di Cocteau e dei sei compositori utilizzava la musica e la danza per proiettare un concetto di semplicità della vita che già richiedeva un primo livello di approfondimento, realizzando, sotto quelle spoglie umorali variegate, una realtà molto più crudele, quello che Cocteau definirà così: "...la vuotezza della domenica, la bestialità umana, i luoghi comuni, la ferocia dell'infanzia e il miracolo della poesia nella quotidianità..."
Un'influenza fondamentale sul gruppo fu esercitata da Emmanuel Chabrier, specie nella produzione pianistica: è lui che, anticipando le specificità del fenomeno del benessere parigino, introdusse un nuovo concetto dell'ironico o del pittoresco che era diverso dalla fenomenologia classica fino ad allora conosciuta. E questo è il transito per cui tra autori come Debussy e Poulenc vi è un collegamento: essi guardavano la stessa realtà con occhi diversi, dove il primo portava l'aggettivo nell'ambito di una dimensione irriconoscibile, il secondo lo metteva a disposizione dell'immagine, svolgendo un lavoro di sintesi (non solo musicale) in grado di mettere assieme in un unico flusso circa duecento anni di storia. Poulenc stesso riconobbe in vita il valore delle composizioni di Chabrier equiparandole ai Preludes di Debussy.
Le soluzioni offerte dal gruppo francese oggi rappresentano un evidente cortocircuito se paragonate alle allettanti scoperte accademiche iniziate già nel loro secolo: ma se accettiamo la teoria dell'innovazione per processo dobbiamo anche affermare che esse oggi offrono alcune delle principali influenze seguite dalla musica, non solo popolare: Poulenc è indiscutibilmente amato da una schiera nutrita di pianisti jazz (uno che ne ha ripreso le gesta a livello stilistico in maniera evidente è Bollani); ma anche Milhaud, Durey, Auric e la Tailleferre (la cui riscoperta tramite pubblicazioni discografiche è diventata una realtà solo negli ultimi quindici anni ad opera di alcune sistemazioni fatte dalla Cpo o etichette minori) presentavano uno stile proprio che aveva ben poco del classicismo così come viene comunemente inteso, immerso com'era in fantasie musicali in bilico tra l'impressionismo di Debussy e la favola delle esposizioni commerciali e teatrali di Parigi degli anni venti.
Un'arte scomoda quella della Belle Epòque francese, che costrinse persino i suoi stessi sostenitori ad allontanarsene in alcuni momenti difficili della loro vita, ma con caratteri talmente personali e di fascino che possono sicuramente oltrepassare quel muro di incomprensione critica, frutto di una presunta frivolezza estetica di fondo senza attenuanti.


Discografia consigliata:
-Chabrier, Piano Music, Hewitt, Hyperion
-Paris 1920: Poulenc, Milhaud, Honegger, Orchestre de Paris, Bychov, Philips
-Les mariés de la Tour Eiffel, Desgraupes, Marco Polo
-L'album des Six, Beynon, West, Hyperion
-Poulenc, Concerto for piano, Concerto for two pianos, Rogè, Dutoit, Decca
-Milhaud, Complete piano concertos, Korstick, SWR R.K., Cpo R.
-Tailleferre, The music of Germaine Tailleferre (due volumi), Helicon
-Durey, Piéces for piano, Petit, Calliope

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Nota:
(1) gli articoli erano: 

Il concerto per pianoforte nel periodo romantico: dal Decadentismo alla fine dell’Impressionismo e 

La sonata al piano nel novecento impressionista e surrealista


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