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sabato 15 febbraio 2014

La dislessia tra scienza ed arte nella composizione di Andrew Lewis


La quasi totalità della musica elettroacustica gira solamente negli ambienti specialistici o comunque non oltrepassa i muri delle istituzioni accademiche: la divaricazione con il mondo esterno sembra ormai una realtà da accettare come un fallimento; eppure non si tratta solo di creazioni intellettuali da condividere con un gruppo di persone con le stesse idee. Un tentativo di mettere in atto una forzatura della situazione potrebbe essere quello che ha intrapreso il compositore inglese Andrew Lewis (1963) con "Lexicon", una composizione audio-video (vedi qui) dedicata ad un problema piuttosto sentito recentemente: la dislessia, che pare possa essere migliorata con la musicoterapia o comunque con stimoli musicali, è tema che per la sua portata sociale potrebbe costituire un viatico di interesse all'ascolto di un certo tipo di musica. In altri termini, così come è difficile il primo impatto con il disturbo dislessico salvo poi scoprire magari capacità intellettive enormi, così può essere difficile accostarsi ad un brano di acusmatica che rivela poi qualità artistiche ed espressive oltre la normalità. 
Lewis, che ha affiancato alla carriera di compositore classico quella elettroacustica (per la quale è riconosciuto), con "Lexicon" esorcizza la realtà della dislessia prendendo ispirazione da una poesia del dodicenne Tom Barbor-Might, in cui l'adolescente cercò in essa di spiegare le implicazioni del suo disturbo: è un lavoro che è stato effettuato tenendo presente gli attuali orientamenti della scienza medica (in particolare è stato sfruttato il pensiero dei centri specialistici dell'università di Bangor) che è sempre più proiettata verso il recupero attraverso l'analisi dei suoni, in totale contrasto a quelle tesi popolari che vedono nella dislessia solo difficoltà nella lettura. "Lexicon" usa dei linguaggi vocali alterati evidenziando l'impatto psicologico vissuto dal dislessico, che deve lavorare il doppio per districarsi nella sua incomprensibile confusione (e le contraddizioni dei suoni che formano parole con tutt'altro senso costituiscono alcune parti dell'immaginario vissuto nella composizione): musicalmente, qui c'è un altro valido approfondimento delle teorie primordiali di Berio unite ad una scrittura elettroacustica essenziale ma perennemente al servizio dell'esplicazione visiva, un espediente utilissimo per poter affermare con più forza una situazione e creare allo stesso tempo un'opera di arte sonica. Le voci di Tom nonchè della figlia di Andrew, dislessica anche lei, sono le testimonianze real time da avvertire in maniera agghiacciante nel pezzo.
"Lexicon" si trova in una raccolta discografica (la seconda*, credo, in 30 anni di attività per Lewis) che la canadese Eimprentes DIGITALes ha dedicato al compositore, dove si scopre un netto cambiamento di visuali negli anni, anni in cui gli istinti della manipolazione e le forme dei suoni sono passati da un generico status sperimentale a qualcosa che tende ad inchiodare immagini e sensazioni.  

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Nota:
*l'altra è Miroirs Obscures, pubblicata nel 2007 sempre dalla Eimprentes DIGITALes.

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