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domenica 9 febbraio 2014

Alec Wilder nella riscoperta di Gianna Montecalvo

La storia di Alec Wilder è singolare non solo per il fatto musicale ma anche per quello caratteriale. Wilder fu parte di quella schiera di compositori attivi dagli anni venti nella musica popolare americana che furono il materiale essenziale per intere generazioni di compositori e jazzisti. Amato da Sinatra che inserì alcune delle sue canzoni nei suoi famosi e colossali albums degli anni cinquanta, super-rispettato dai colleghi (Porter, Kern, Gershwin, ecc.) visse la sua carriera con l'incubo della notorietà: innamorato della sua musica, dedicò un fondamentale testo sul mestiere di compositore di standards, "American Popular Songs", dimostrando, sulla base dell'esperienza intrapresa, le sue radici formative. Ma evitò quasi sempre di apparire vinto da un immane timidezza. 
Di Wilder non sto qui a dimostrare l'importanza, quello che interessa è che, man mano che gli anni passano, la riscoperta dell'artista è pressochè costante soprattutto in termini di nuove interpretazioni. Una delle più convincenti e personali è stata fornita da Gianna Montecalvo con un cd tributo "While we're young", in cui la cantante pugliese si dibatte tra purezza delle forme e nuove possibilità di reinterpretazione: in verità si può dire che, nel suo caso, rappresentano facce della stessa medaglia, in quanto quello che viene fuori nel suo caso è inscindibile. In "While we're young" non vi aspettate di ascoltare le decorazioni che accompagnavano le interpretazioni opera-style di Valerie Errante o quelle di Eileen Farrell, qui il tentativo è di scendere giù con il pedale del jazz, mettendo fuori gli urti ritmici e le evoluzioni che esso propone. La Montecalvo sembra essere a suo agio soprattutto nelle difficoltà tecniche dei brani, quando gli stessi devono essere riempiti da un quid ulteriore di improvvisazione o devono spezzare delle configurazioni jazz che potrebbero diventare monotone: in quei casi Gianna si inventa uno scat oppure si avventura nelle ardue sperimentazioni vocali che hanno fatto la storia del jazz vocale negli anni sessanta/settanta, utilizzando vere e proprie configurazioni corporali della voce che vivono le note musicali a pelle. Si potrà discutere della gradevolezza complessiva che scaturisce da una visione modernizzata di Wilder, ma certamente non si può discutere sulle qualità della cantante che fornisce un approccio personale nel canto non certamente condiviso altrove. D'altronde la Montecalvo aveva già dimostrato nel suo primo disco-tributo dedicato a Steve Lacy, di propendere verso un personale confluire di elementi vocali che seguono con grande intensità i momenti topici del jazz vocale.  

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