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giovedì 9 gennaio 2014

Woody Shaw: The complete Muse sessions

La recente pubblicazione del box di 7 cds "Woody Shaw - The complete Muse sessions" potrebbe sfatare molti miti dell'ascolto critico: quando si parla di Shaw il pensiero va quasi sempre al periodo Columbia, quello in cui il trombettista americano ebbe l'opportunità di evidenziarsi a livello commerciale. Più trascurato è il periodo iniziale del musicista in cui lo stesso, a ben vedere, mise a fuoco perfettamente, le sue innovazioni. L'ascolto del box, non solo va incontro a questa esigenza di riscoperta, ma costituisce un motivo per riappropiarsi di alcune mancanze discografiche (albums fuori stampa, vinili mai pubblicati in cds). 
Shaw pubblicò il suo esordio nel 1970 per la Contemporary Records: "Blackstone legacy", la splendida raccolta di fiere e concitate esplosioni in favore della libertà nera, in realtà non veniva dal nulla, costituendo una tappa discografica maturata già nel corso quasi di un decennio di attività: sotto quest'aspetto più correttamente il suo vero esordio può considerarsi "In the beginning" con registrazioni del 1965 proprio per la Muse, che però lo pubblicò solo nel 1983: in quella prova Woody fissava a caratteri cubitali la sua proposta, che era un transito delle tendenze che musicalmente avevano invaso il jazz in quegli anni: ragionando a due livelli, uno che riguarda i generi e l'altro lo strumento della tromba, si comprende come il miglior panorama internazionale del jazz fosse spaccato in più parti da modernisti del be-bop, improvvisatori liberi post-Coleman, musicisti in odore di modalità alla Coltrane e Davis e l'iniezione ritmica del rock; così come, la maggior parte dei trombettisti jazz continuava a sguazzare nelle dinamiche a tinte blues del jazz di Horace Silver e suoi discendenti, con il solo Davis ad avere idee più consone ai tempi e con musicisti eccellenti come Dixon che già cominciavano ad essere visti in cagnesco da maestranze ed appassionati al pari di meteore che non si sapeva dove avrebbero portato. 
Dopo la scomparsa di scena di Dizzy Gillespie l'idea della velocità di esecuzione (per quanto concerne la tromba) sembrava essere spazzata via dalla tendenza a promuovere il "suono" per quello che poteva essere, il suo timbro: sia i trombettisti hard bop che quelli fusion condividevano la parte solitaria del "colore" dello strumento; Shaw, invece, era di altro avviso, egli era ancora un "dialogatore"; attraverso lo strumento si dovevano necessariamente trovare le caratteristiche vitali della tradizione jazz, che non poteva dissociarsi da quello che non era solamente visualizzabile in un fattore tecnico ma che riguardava l'aspetto artistico del musicista (dal fraseggio alla potenza visionaria degli assoli); ecco, che ne inventò uno, così eclettico, fatto di melodie veloci e di trilli che era, però, espressione dei suoi tempi (se dovessimo effettuare una ricerca sul campo primordiale di azione del free-bop, penso che Shaw non possa essere proprio escluso come un valido esponente). 
L'iniziale periodo Muse dell'artista americano è in assoluto il suo migliore: da "Moontrane" fino allo splendido "The Iron Man" pubblicato nel 1980 (con la compagnia eccellente di Braxton, Blythe, Muhal R. Abrams, McBee e Chambers), si scorge un trombettista fantastico, con la voglia di imporsi, di far sentire la sua voce e mostrare la sua bravura: in grado di strutturare benissimo anche i temi delle sue improvvisazioni, Shaw utilizzava gli strumenti del be-bop, della fusion o della modalità per marchiare con assoli fantastici, piena di comunicativa, quella esaltazione del pensiero che si voleva trasferire nella musica; era una strada che Miles Davis stava compiendo in senso diametralmente opposto, come si può riscontrare anche nella tipologia di improvvisazioni che vengono effettuate in quegli anni: mentre Davis è volutamente glaciale ed algido nell'esposizione, Shaw è denso e pirotecnico; anche la scelta dei comprimari non è casuale: se pensiamo al piano elettrico, i tastieristi di Davis (Zawinul o Corea) sono coerentemente più liquidi e regolari nelle esecuzioni rispetto ai molti caratteri di astrusità di Joe Bonner o Onaje Allan Gumbs.
Il passaggio alla Columbia nel 1977 con "Rosewood" lo spinge probabilmente ad un compromesso altruistico: in quella fase (che durerà fino al 1982 circa) deve spesso condividere la scena con formazioni allargate a mò di piccole orchestre, un costume dell'epoca che però non sempre gli si addice: come dire, quando il dialogo è con troppi attori, si rischia di non poter esprimere a fondo le proprie idee. Inoltre, le stesse erano entrate in un processo di appagamento. Shaw lo capirà solo quando ritornerà ad un quintetto (il suo più stabile in assoluto) in "Lotus Flowers".
Il ritorno alla Muse avviene nel 1983 sotto l'influsso di innocui sets di standards jazzistici ("Setting Standards", "Solid", "Imagination") che si inseriscono nell'inquadramento preso dall'artista alla fine della carriera e che lo rendono spesso irriconoscibile se rapportato alle faville di qualche anno prima: resta solo quell'irresistibile training del jazz. Un neo perdonabile se rapportato alla grandezza del musicista e del suo passato.

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