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domenica 19 gennaio 2014

Sassofonisti nelle ultime avvisaglie di stile del BAG Mouvement

Il problema dell'originalità di un sassofono (alto, tenore o soprano che sia) viene posto quasi sempre a cavallo dell'era di Coltrane. Tuttavia la critica più attenta ha da tempo focalizzato la sua attenzione su un periodo più lungo con il quale, non casualmente, decreta la fine di un certo tipo di jazz, se non del jazz stesso. Questo termine ideale viene portato intorno alla metà degli anni ottanta nel momento in cui la musica afro-americana smise di produrre innovazioni immediatamente riferibili alle consuetudini della musica nera. Assieme al movimento creativo dell'AACM di Chicago, in cui musicisti come Braxton o Mitchell spostarono l'ottica dell'improvvisazione nei meandri delle dissonanze e delle tecniche estese (diventando un ulteriore canale di sviluppo del free jazz di Coleman), a metà dei settanta quell'operosa città fu affiancata nelle sue massime prerogative musicali da un altrettanto importante movimento musicale ed artistico che nacque a S.Louis: il BAG (Black Artists Group) condivideva al suo interno un insieme ben assortito di musicisti jazz, poeti, ballerini, direttori artistici, pittori, etc., che si distinguevano per un sapido rinnovamento delle tradizioni afro-americane. Il suo principale mentore, il sassofonista Julius Hemphill, riaffermava l'importanza di una tradizione aggiornata in tempo reale ed utilmente ricostruita....."People keep looking rearward for the tradition. The tradition in this music is forward, forward! Not what you did last week, but this week....". (1)
Al BAG parteciparono alcuni tra i migliori sassofonisti di quel luogo, tra cui Oliver Lake, Hamiett Bluette, J.D. Parran, Luther Thomas e più tardi vi entrarono David Murray e un ridimensionato Arthur Blythe (2): quella sensuale sperimentazione che legava le proprie origini con una nuova identità dei tempi, costituiva a differenza dell'esperienza AACM, un post-moderno del jazz (se si può passare quest'espressione): Hemphill e tutti i sassofonisti richiamati erano stilisticamente diversi da quelli di Chicago così come dal Coltrane all'inizio prospettato: l'originalità di essi si trovava nell'adattamento del free jazz e delle sue tecniche alla sensibilità del blues o del rhythm-blues, con una pressante riferimento alle primordiali cadenze della chiese afro-americane. Ne derivava che l'originalità dei sassofonisti fosse ricercabile nelle eccellenti cavalcate solistiche prodotte dai loro strumenti, ma intrise di aspetti melodici e soulful; le loro caratteristiche crearono le premesse per la diffusione di ibridi e di quello che il jazz ha poi chiamato mainstream, in ciò differenziandosi dagli sviluppi più tradizionali del free jazz.
L'organizzazione del BAG ebbe propaggini evidenti anche nel decennio successivo (quello degli ottanta) quando le condizioni economiche e sociali dei jazzisti neri americani dovettero fare i conti con la loro diffusione oltre i confini di S. Louis, arrivando ai lofts newyorchesi. E' in quegli anni che la realtà cosmopolita della grande città si sta pienamente materializzando, con l'apertura (ormai cosa fatta) da parte della stessa ad una variegata e distinta proliferazione di generi. John Zorn con tutti i suoi aderenti, in un decennio incorporarono le varie tendenze che la musica stava esprimendo e il jazz non ne potette fare a meno di mischiarsi. Tuttavia, in molti esponenti della downtown newyorchese matura ancora una coscienza indirizzata ai principi musicali e teorici del BAG.
Un vero e proprio spartiacque può considerarsi il pluristrumentista ai fiati, Marty Ehrlich, che specie nei primi anni della sua attività, ne costituisce una propaggine: è un momento particolare per il jazz americano, poichè con Ehrlich si assiste ad una comprensibile promiscuità di colore per il raggiungimento degli obiettivi; Marty era un bianco pienamente immerso in un movimento creato ed orgogliosamente diretto da neri. Ehrlich in quegli anni suona con John Carter, Anthony Cox, Stan Strickland e lo stesso Julius Hemphill, così come con Bobby Previte e Wayne Horvitz; ma Ehrlich subito dopo "Traveller's tale" (album ancora in sintonia con il movimento BAG) mostrerà uguale attenzione agli arricchimenti provenienti dal trasversale approfondimento del mondo contemporaneo, naturale conseguenza di un profondo cambiamento che rompe definitivamente il legame della condivisione delle problematiche "nere" nel jazz. E' in questi momenti che molti pensano che il jazz sia scomparso nelle innumerevoli trappole tese dal chamber jazz, dall'improvvisazione libera e  dal jazz radicale europeo (con una concezione naturalmente basata sul ceppo): guarda caso, da quel momento anche l'originalità dello stile di un sassofonista cambiò prospettiva, in quanto dovette quasi sempre soccombere ad una nuova concezione, quella che lo vedeva attingere ad elementi eterogenei, pienamente disponibili nella scelta, a cui però era necessario attribuire significati diversi non facilmente interpretabili sulla scorta dei tradizionali canoni di valutazione del jazz tradizionale.


Note:
(1) celebre frase tratta dal bel libro di Benjamin Looker, BAG: Point from which creation begins: the Black Artists' Group of St. Louis. St. Louis: Missouri Historical Society Press, 2004
(2) al suo interno il BAG annoverava anche Baikida Carroll, Joseph Bowie, Bensid Thigpen, Charles "Bobo" Shaw, i poeti Ajule Bruce Rutilin, Shirley LeFlore, i ballerini Georgia Collins e Luisah Teish, i pittori Emilio Cruz e Oliver L. Jackson, etc.

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