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giovedì 16 gennaio 2014

Luci ed ombre sul Pollock Project


C'è sempre un gran parlare su quello che possa passare per arte e sulle dimensioni che essa può assumere: gli stimoli arrivano da tutti i campi ed è necessario spesso mettere ordine su idee e concetti; per quanto riguarda la musica è generalmente accettata l'opinione che essa sia un crocevia in grado di dare le definizioni più concrete e vicine alla realtà dei fatti da rappresentare, anzi non è uno scandalo pensare che essa venga fruita in ambienti solitari per eliminare qualsiasi disturbo con i sensi investiti da altre arti (visive, pittoriche, letterarie, ecc.); d'altro canto le moderne teorie sulla cointeressenza della musica con altre discipline sembrano esattamente puntare ad un miglioramento dei contenuti emotivi che la stessa può apportare. Qui si scontrano le teorie di Babbitt (che odiava i concerti e misurava la perfezione e la comodità di ascolto nell'ambito domestico) o quelle più recenti di Haas (che costringe i partecipanti di un suo concerto al buio totale, propedeutico ad una migliore concentrazione sui suoni) contro quelle di Berio (l'esempio pioneristico e più in vista delle associazioni tra musica ed altre arti) e di tutta una marea di compositori/musicisti imparentati con la multimedialità composta da numerosi canali artistici, riscontrabili in installazioni audio-visive, meditazioni poetiche costruite in concomitanze musicali, concerti o rappresentazioni sceniche di tipo tradizionale eseguite con apposita comunicazione visiva svolta da uno schermo proiettante immagini relative. 
E' attorno a quest'ultimo baricentro che si articola spesso la perfomance dei Pollock Project, progetto interdisciplinare che ruota attorno alle figure di Marco Testoni, pianista e soprattutto assiduo conoscitore di particolari strumenti percussivi (caisa drums, hang e steel pan)  e il batterista Max Di Loreto, a cui si unisce un sassofono (Nicola Alesini in primis, attualmente sostituito da Simone Salza) e un violino (Cecilia Silveri): la loro musica riprende da vari elementi (c'è un fondamentale apporto melodico del caisa drum di Testoni, un espressivo tessuto percussivo, ci sono le sincopi del jazz, l'elettronica in loops, tracce di modern classical, le spezie dell'esotico e della musica popolare) e il tentativo è quello di imbastire significati plurimi attraverso l'utilizzo di corrispondenze al mondo cinematografico (o comunque dell'arte della video clip) e a quello letterario.
E' una proposta che, dal punto di vista musicale, certamente non si sposa con il pubblico dei jazzisti, quanto essa sembra poter essere indirizzata ad una platea più vasta (quella della musica leggera), invero con caratteristiche che cercano di produrre schemi moderni di rappresentazione musicale (in qualche modo legati a quelli che provengono dal mondo nordico); in molti casi l'intersezione tra musica e spunto visivo è convincente per l'esplicazione dei sensi (si pensi a "Unnecessary" o "Angels and demons at play" in cui intervengono anche professionisti del mash-up visivo), in altri casi i connubi lasciano un pò a desiderare, poichè non sembrano forti le fondamenta del percorso intrapreso. 
Il loro ultimo cd "Quixote" si avvicina molto a quella patina di eleganza e suoni pseudo-etnici che appartiene al mondo delle registrazioni dell'Egea R., uno stile di quelli ricercati atto a presentare l'arte popolare con un sound moderno che utilizza i colori cartonificati del jazz ma che strizza anche l'occhio alle platee e ai suoi gusti. Il sax di Alesini ha delle dinamiche melodiche che ricordano quelle di illustri sassofonisti chiamati ad impreziosire le connessioni tra jazz e pop: si pensi al Wayne Shorter di "Aja" nel seminale duo Fagen-Becker o all'altrettanto importante Branford Marsalis impegnato nel "The dream of the blue turtles" di Sting, tra i pochi esperimenti validi ed utili per sconfessare il dubbio della incomunicabilità dei rapporti tra jazz e pop; terreni sui quali ci si è scontrati ampiamente e da tempo senza ulteriori evoluzioni. 
Probabilmente i rischi di queste proposte risiedono forse nel tipo di informazioni culturali che si vogliono trasmettere: il carattere oggettivo di una rappresentazione mal si concilia con strumentazioni che non hanno musicalmente il potere di poter trasportare in certi mondi: nessun mette in dubbio che parecchia della loro musica abbia un certo potere esplicativo ("L'isola" ne potrebbe essere un fondamento), ma personalmente penso che i suoni debbano essere lo specchio delle situazioni e perciò il suono caraibico o nostalgico che da qui parte, mi porta da tutt'altra parte rispetto agli sgocciolamenti del grande pittore e di molti artisti presi in considerazione.

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