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martedì 21 gennaio 2014

Claudio Abbado, direttore d'orchestra

La scomparsa di Abbado è certamente notizia che addolora chiunque abbia un minimo di sensibilità: Abbado sembrava essere non solo un pensatore della musica (in verità una qualità che sta venendo meno nel mondo) ma anche un uomo di animo generoso se per generosità intendiamo quella che in un modo o in un altro fu messa a disposizione per la musica e per i suoi partecipanti effettivi o potenziali. 
La figura del direttore d'orchestra è cosa ben diversa da quella di un compositore o di un musicista: essa non può prescindere dalla conoscenza organizzativa così come non può prescindere dai contatti con il mondo delle maestranze musicali a vario titolo. Oggi, ancor più del passato, il direttore d'orchestra gode ancora di un privilegio di nicchia derivante dal tipo di consumi posto nella musica classica: il pubblico degli acquirenti degli ultimi quindici/venti anni è un pubblico "proiettato" all'indietro nel tempo, alla ricerca di una ennesima versione di una composizione di Mozart, Beethoven o Mahler che differisce per lievi interpretazioni, che si reca in teatro o in concerto sotto le stesse ed identiche motivazioni. D'altra parte uno dei crescenti ruoli che il direttore ha acquisito negli ultimi anni è funzione delle sistemazioni volute dalle compagnie discografiche o dai direttori artistici che li muovono seguendo degli scopi utilitaristi. 
Ecco, quindi, che questi uomini animati dalla passione infinita per la musica, si trovano a dover fronteggiare ideali da una parte e ad assecondare ragionamenti di potere dall'altra. 
Sto leggendo tanti commiati sulla carriera di Abbado che, però sembrano concentrarsi su aspetti secondari, non focalizzandosi su uno principale: non è di certo primario il fatto di aver accettato un incarico governativo per poi riversarlo nella promozione musicale, così come non è certamente primario il fatto di aver apprezzato l'insegnamento e i risultati raggiunti dall'educazione musicale cubana. Quello che è primario è il fatto di essere vissuto in un età contemporanea (quella che ha visto nascere le fondamenta di un radicale cambiamento nella musica classica), vestendo comunque i panni di una grande personalità nella direzione e, di aver esaurito ben presto la voglia di affermare nuovi modelli di stile, la voglia di combattere con tutte le istituzioni per far emergere talenti che hanno dovuto emigrare per imporsi; come successo a Pollini o Muti, anche Abbado (ben prima della sua malattia) si è lasciato trascinare dal silenzio e dal lento ed inesorabile oblio dei compromessi moderni. Ma per uno svecchiamento dei conservatori e delle scuole di musica non sarebbe stato necessario anche un suo intervento indirettamente politico, avendone i poteri? Oppure dobbiamo pensare che egli si rese conto dell'impossibilità di una sua riuscita causa l'improbabile tessuto culturale cui aveva di fronte? 
E' in queste domande irrisolte verso un uomo dotato di una enigmatica e carismatica grandezza musicale nel suo settore, che sta il nostro rammarico, il rimpianto di avere avuto uomini in Italia così preparati ma non particolarmente sbilanciati sul futuro della musica.  


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