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giovedì 28 febbraio 2013

Mosaicisti eccellenti: Wolfgang Mitterer


Spesso la musica contemporanea ci porta in terreni impensabili: l'eclettico incrocio che taluni compositori hanno attraversato con gli strumenti della modernità induce a riflettere perbene su quello che essi vogliono creare in termini artistici: come esempio prendete il caso dell'austriaco Wolfgang Mitterer, compositore tra i più aperti e ricettivi di nuove tendenze della musica: se entrate in una chiesa e scorgete un mosaico (magari sotto i vostri piedi) ne apprezzerete l'unitarietà d'insieme, ma se vi avvicinate in distanza alla fonte dei pezzettini non riuscite che a vedere la loro frammentarietà (e lo stesso potrebbe dirsi per alcune forme di dipinto). La musica di Mitterer ha proprio questo effetto: l'ascolto rivela una divisione di elementi che nell'insieme vi porta ad un risultato straordinario. L'attività di Mitterer si dipana tra una serie di schegge sonore in cui potete sentire jazz, libere improvvisazioni musicali dotate degli elementi di Cage, sfondi a doppio senso fatti di ambiente e loops ricavati da suoni o rumori manipolati per mezzo dell'elettronica. Sulla base di quello che Mitterer ha registrato su cds, si possono approssimativamente enucleare tre registrazioni fondamentali del compositore in cui apprezzare il "mosaico" dell'austriaco; innanzitutto i cinque movimenti di "Coloured Noise" (nella incisione per la Kairos, con il Klangforum Wien sugli scudi) in cui è palese l'iniezione di jazz che proviene da un adattamento dalle "giungle" sonore del Miles Davis di "A tribute to Jack Johnson": sebbene la tromba è composita nello stile (ha accenti free che quella di Davis non aveva), l'umore denso viene comunque affiancato a miniature instantanee e ripetute di rumori quasi incomprensibili, suoni pesanti e dilatati di organo, campionature di vario genere (che attingono anche al dance beat) che non nascondono la passione dell'autore verso i "rumori colorati", che rispondono alla semplice affermazione che è possibile ottenere progetti nuovi con suoni diversi, non omogenei, ma tuttavia senza voler affermare una loro anima. Questa fondamentale espressione del compositore trova spazio nella volontà di sperimentare su argomenti e strumenti poco utilizzati: il lavoro per organo solo inciso per la Col Legno "Stop Playing" rivela l'arsenale di idee e di tecniche che lo stesso ha profuso per una registrazione che si pone nettamente all'avanguardia per le pubblicazioni per organo: lungi dal creare un concerto o una sonata alla Bach (di cui è un grande estimatore), Mitterer si impegna a ricavare dall'organo suoni "inaspettati": tra i pochi ad avere usato tecniche estese all'organo a canne, egli cerca di ridefinire i confini dello strumento soffiando con la bocca in alcuni tubi, accendendo e spegnendo l'organo durante l'esecuzione, battendo sulle parti in legno inoffensive dello strumento, mettendo a disposizione tutte le tecniche di esecuzione del piano di matrice contemporanea (grappoli di clusters, note sorde ripetute, combinazioni del tutto atonali) dàndo origine ad un prodotto che stenta ad essere "spirituale" se noi in quell'aggettivo cerchiamo di  attribuirgli un idioma che possa inquadrarsi in un'àmbito religioso, ma che è tremendamente significativo dello stato dei tempi. La terza registrazione importante, che è funzione specifica della sua attività di musicista elettro-acustico, può rinvenirsi nel cd registrato per la HatOlogy "Radio Fractal/Beat Music" in cui più evidente è il patchwork tra improvvisazione jazz, beat elettronici, elicotteri, rumori in scretch, lande di desolazione post-industriale, alea e conductions alla Butch Morris: un enzima composito in cui sax e chitarra (Max Nagl e John Schroder) tendono volutamente a disorientare e a prospettare la mancanza di armonicità; un messaggio non certo di speranza, ma piuttosto di accettazione irreversibile della sconfitta, un pessimismo implicito visibile nelle pieghe ed asperità della musica e che è, probabilmente, il profondo lessico interiore delle sue ricerche che quasi sempre a coronamento della teoria prevedono un'assemblaggio compositivo personale in cui il computer e i suoi effetti post-moderni sono fondamentali come le spezie di un cibo.
Impegnato da ormai da quasi trent'anni in una serie plurima di attività rivolte ai campi attigui della musica (installazioni sonore, colonne sonore, musica per il teatro e per i bambini, etc.), Mitterer può considerarsi non solo un precursore delle teorie elettroacustiche in Europa ma anche un compositore nettamente fuori dagli schemi, le cui partiture offrono una sontuosa originalità e particolare ricerca (vedi ad esempio "Fisis" per orchestra, cinque solisti e tre conduttori). 

mercoledì 27 febbraio 2013

Maestri dell'orchestrazione: John Pickard

Uno dei presunti maggiori "delitti" della musica moderna è stato rinvenuto nella considerazione che la musica a programma sia stata abbandonata; in maniera più specifica il riferimento (che parte dalle avvisaglie storiche di Beethoven e Berlioz fino ad arrivare al primo Schoenberg) è al tema sinfonico o anche tone poem, in cui si assegnava alla musica una centralità essenziale nello sviluppo della musica, tesa ad acquisire quella qualità "descrittiva" utile per avvalorare il tema stesso. Wagner, usando esplicitamente il concetto per il suo "The Siegfried's Idyll" in realtà ne aveva mascherato lo scopo anche in componimenti come "The ride of Valkyries" dove la compenetrazione tra fatto letterario, vicenda e musica, passava per un potenziamento delle frequenze dell'orchestra: da quel momento si sviluppò un duplice binario dove l'immaginazione nel sonoro o seguiva le regole romantico-impressionistiche (e "The Siegfried's Idyll" ne era una dimostrazione) oppure si ritrovava nelle convulse evoluzioni orchestrali che stabilivano nuovi rapporti tra i solisti e l'insieme. Questo eccitante patrimonio orchestrale è stato al centro della rivalutazione della sinfonia di tutto il nord Europa degli anni cinquanta perdendosi gradualmente nelle nuove generazioni che non coltivavano quell'idioma in funzione di una modificazione degli obiettivi della scrittura; tuttavia quel patrimonio non è mai stato abbandonato: quelle regole erano probabilmente impermeabili al passare del tempo e hanno formato l'ispirazione di coloro che, amanti del produrre formidabili espressioni di questi connubi con la letteratura o le arti in generale, hanno lavorato su dimensioni orchestrali che, pur non avendo le sovradimensionate competenze delle orchestre più blasonate operanti nella contemporanea, raggiungevano risultati egualmente di pregio e di sensitività. 
John Pickard è sicuramente uno di questi; l'inglese è venuto alla ribalta con una magnifica rappresentazione di "Flight of Icarus" che, accolta in modo entusiastico dalla critica internazionale, riproponeva in chiave musicale il fantomatico viaggio di Icaro che tutti conosciamo: la bravura del compositore stava nel sapere creare una relazione funzionale alla vicenda tramite un'orchestra sapientemente organizzata in cui si riusciva respirare quel viaggio "enigmatico" e coraggioso; non è una cosa da poco, perchè non sono tanti gli artisti che approcciandosi ai temi riescono a trasferire  musicalmente un perfetto senso di duplicazione del vivo. Pickard poteva essere assimilato all'ultima scia dell'impressionismo inglese e nell'àmbito di quel volo mitologico, espressione di una più ampia scoperta del cosmo, si potevano scorgere modalità moderne del "The Planets" di Holst. Ma Pickard (in ossequio a quella differenziazione binaria di cui si parlava prima) non va valutato solo sul fattore orchestrale (in cui probabilmente è un leader anche in termini direttivi) ma anche sul piano della produzione solistica o da camera: il suo "A starlit done" (tre splendidi movimenti al piano intesi per spiegare il firmamento) o i componimenti per violino, viola e piano o anche i suoi string quartets sono quanto di meglio la scia tonale abbia prodotto in Inghilterra negli ultimi anni. La Bis Record ha recentemente pubblicato altre sue tre composizioni in cui è fondamentale l'apporto orchestrale: il "Piano concerto" composto nel 2000, il magnifico tour impressionista di uno dei suoi primi scritti da lui composti per orchestra "Sea-change" e "Tenebrae", frammenti di musica ricomposti e riferiti alle vicende di Gesualdo.

Discografia consigliata:
-The flight of Icarus, Bis
-Chamber Music, Toccata Classica
-String quartet 2.3.4 - Dutton Epoch
-Piano Sonata & A starlit dome, Divine Art Diversions

domenica 24 febbraio 2013

BMOP/Sound e il "Devolution" di Anthony Paul De Ritis


Come risaputo la costosità delle registrazioni orchestrali è uno dei fattori che più preoccupano le case discografiche più esposte su questo versante: un trend contrario sta però maturando negli ultimi anni poichè i diretti interessati delle stesse (musicisti, direttori d'orchestra e compositori) di fronte alla bulimia "forzata" dei proprietari delle etichette discografiche hanno deciso di tirarsi su le maniche ed affrontare direttamente lo sforzo economico delle registrazioni: è quanto successo con la New Amsterdam dei compositori Brittelle, Snider e Greenstein o con le orchestre della St. Louis Symphony Orchestra o di Louisville che hanno elevato i loro standards organizzativi tenendo ben presente la precarietà della proposta rispetto alla sicurezza formale del vecchio sistema. In questo solco di auto-management si inserisce anche la proposta della Boston Modern Orchestra Project (da non confondere con la orchestra sinfonica di Boston) che ha addirittura si è messa al servizio di un principio che io ritengo fondamentale nell'àmbito della musica classica: lavorare su commissioni sponsorizzate e per la maggior parte su prime mondiali di compositori più o meno importanti legati in qualche modo al giro musicale della città; nel marzo del 2008 il conduttore Gil Rose, dopo aver affittato le sue direzioni a etichette importanti come Innova, New Wordl, Naxos, etc., decise di produrre anche in proprio tramite l'apposita BMOP/sound. Il suo primo cd fu il balletto orchestrale di "Ulysses" di John Harbison seguito da altre pubblicate con un cadenza media di quattro/cinque registrazioni l'anno; in questo modo Rose ha permesso di fissare su cd o mp3, composizioni orchestrali importanti di autori moderni: tra queste splendide perfomances di compositori più conosciuti anche scomparsi (Alan Hovhaness "Exil symphony", Louis Andriessen "La Passione", Gunther Schuller "Journey into Jazz", John Cage "Sixteen dances", Steven Mackey "Dreamhouse",etc.) ed altre ugualmente valide di compositori più giovani e meno noti (Derek Bermel "Voices", Michel Gandolfi "Y2K Compliant", David Rakowski "Winged Contraption", Lisa Bielawa "In medias ras", etc.). Quello che caratterizza la proposta bostoniana è comunque la volontà di presentare una modernità che non è avanguardia o ricerca sibillina da incubo della novità a tutti i costi, ma semmai una filosofica e sbrigativa accettazione della realtà in cui ancora cercare spunti dentro lo spazio creato dalle larghe maglie del modernismo del novecento, della serialità e del minimalismo. E' una scelta che trova il consenso di molta stampa specializzata e di tutti gli adepti compratori di musica classica fedeli al passato, numerosi ancora oggi in rapporto a quella che è la contemporaneità più coltivata nei suoi intenti avant-garde ed è assolutamente legittima quando trova sostegno nella bontà della proposta.

Tra le registrazioni del 2012 vorrei segnalarvi quella del compositore Anthony Paul De Ritis: "Devolution" raccoglie tre composizioni orchestrali in cui viene sposato il principio della interdisciplinarietà dei temi, un saggio del professore di filosofia Richard Fleming in cui si discute di come implementare musica e testi di generi differenti creando qualcosa di innovativo: l'insegnamento sull'orchestra influenzato quindi da Fleming viene condiviso anche dalla passione del compositore per i spettralisti francesi (partecipò alle classi di Manoury e Murail in Francia) con una propensione naturale per un uso descrittivo dell'impianto orchestrale: "Chord of dust" e "Legerdamain" presentano trame sospensive efficaci, con l'orchestra che cerca di raccogliere tutta la dinamicità possibile dagli strumenti. Ma il pezzo forte del set è la discussa "Devolution", commissionata coraggiosamente dal direttore musicale della Okland East Bay Symphony, Michael Morgan che voleva un pezzo orchestrale da concerto con disk jockey: la scelta ricaduta sul famoso Paul D. Miller in arte DJ Spooky (che è il naturale riferimento per questi esperimenti) vede lo stesso affiancare un tema orchestrale di De Ritis con due turntables e un laptop in Max/Mps perfomance. Sulla base delle indicazioni di De Ritis, DJ Spooky si inserisce con i suoi "tagli" che consistono in basi pre-registrate in stile remix che consistono anche nelle brevissimi campionature del Bolero di Ravel, l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven o alcune idee "accennate" del musicista stesso (es., un breve fondo di hip-hop, un motivo di elettronica berlinese); l'orchestra di contro viene aumentata di una chitarra elettrica stile Santana pensata e suonata da Jude Gold e da un set percussivo. Si crea in sostanza una deroga "compositiva" che dà spazio a Miller di lavorare in tempo reale prescindendo dai risultati: una specie di sostituzione che crea un'inaspettata contrapposizione tra le campionature di Dj Spooky e la realtà degli strumenti orchestrali, una specie di lotta tra la profondità dell'orchestra e il remix. Il risultato è una potente ricostruzione musicale. Potrebbero essere questi dei passi significativi per riavvicinare alla musica classica le grandi platee?


Qui l'articolo tradotto in inglese sul sito della BMOP.



sabato 23 febbraio 2013

Eve Risser/Benjamin Duboc/Edward Perraud: En Corps

 La ventinovenne Eve Risser è una pianista francese contemporanea che sta sviluppando una propria ricerca musicale che si fonda sui suoni "paradossali" del piano: si tratta di quei suoni estremi rinvenibili su toni particolarmente alti o bassi del piano che sono udibili dopo aver compiuto una preliminare operazione di preparazione del piano: come sottolineato da Cage, l'uso di questi nuovi suoni può consistere in stridori delle corde interne che, con oggetti piazzati su di esse o a contatto con i martelletti del piano, fanno fuoriuscire dei toni completamente differenti; si crea in tal modo un universo di nuovi suoni a cui la Risser affianca dei piano toys, le frequenze di un theremin e dei risonatori interni; la particolarità di Eve è che la ricerca si fonda sul paradosso, cioè su quei suoni totalmente mancanti del requisito degli armonici, a differenza di molti suoi colleghi che invece hanno cercato soluzioni che consentissero la mediazione del lato armonico, dove l'introduzione degli oggetti non arresta completamente il processo di trasmissione degli stessi, ottenuto suonando il piano quasi con una tecnica ordinaria (vedi proprio in Francia Benoit Delbecq). Il campo di esplorazione della Risser, inoltre, si sostanzia di uno speciale rapporto tra suoni e "silenzio": in una dilagante ricerca di nuove condizioni di ascolto e di prospettive, la francese miscela questa miriade di "nuovi combattenti" con reiterati accordi "normali" ottenuti senza falsificazioni. "En corps" registrato lo scorso anno con un trio di improvvisatori eccellenti (Benjamin Duboc al cb, Edward Perraud alla bt) è la sua probabile consacrazione: diviso in due suites, la Risser fa esplodere il suo potenziale: "Trans" è quanto di più vicino al significato del termine la musica improvvisata abbia espresso: un brano di 34 minuti in cui i tre danno vita ad una perfomance esaltante, in cui si ricrea una sorta di "agonismo" musicale, in cui non c'è spazio per soste, si va avanti senza fermate; nel free jazz e nella musica improvvisata le "cavalcate" non sono certo mancate, ma qui si tratta di accettare anche un livello subliminale di sperimentazione. Capisco perchè Stef Gijssels e i suoi collaboratori abbiano tessuti lodi a non finire a questo progetto; in verità questo non è il primo lavoro di Eve Risser poichè la stessa (grazie alla Umlat Record, una neonata etichetta discografica tutta rivolta alla rivoluzione dei suoni) è udibile nelle formazioni dei Fenetre Ovale (duo con Joris Ruhl clarinetti e khan), The New Songs (un quartetto con due chitarristi "preparati" Kim Myhr e David Stackenas con voce Sofia Jernberg), Donkey Monkey (un duo con la percussionista Yuko Oshima) nonchè nelle installazioni sonore di Solo Reve Chaos e nell'Orchestra national de jazz (suona anche il flauto).  
L'altro brano "Chant d'etre" è come dire, ancora più intimo, un veicolo perfetto per rappresentare nuovi mondi poetici nella musica: la cosa che colpisce è la completezza dei suoni, l'effetto estatico creato nel solco di una equa divisione tra suoni "forgiati" ed apparentemente inespressivi e suoni "riconosciuti" e risaputi del piano che spesso viaggiano in modo minimalistico, ma un minimalismo molto eclettico che si esprime con forme di cascate di note alla maniera del free jazz di Cecil Taylor racchiuse in moduli, su una struttura che richiama anche quel senso architettonico della modularità fornito dagli esperimenti fatti da musicisti come Nik Bartsch con i suoi Ronin, privati della ritmica. Cosa dire, è arrivato nelle mie orecchie troppo in ritardo, altrimenti questo "En corps" entrerebbe a volo nella mia migliore selezione dell'anno. Una delle frange più avanzate dell'improvvisazione francese e un esempio di debordante creatività.

venerdì 22 febbraio 2013

Poche note sul jazz italiano (4°parte): tromba


L'impossibilità di condurre un tema realmente originale è stato probabilmente il motivo di una certa stagnazione negli sviluppi della tromba, strumento direi principe del jazz ancor prima del sax che poi effettuò nel tempo il sorpasso in termini di importanza. L'Italia non è stata chiaramente risparmiata da questo processo di ripensamento e si nota sia dalla dipendenza di stile impressa nelle nuove generazioni, sia in termini di quantità di attori che intraprendono quel percorso. Allo stato attuale si può ancora ragionevolmente affermare lo status quo internazionale di artisti come Enrico Rava, vero catalizzatore della tromba in Italia, in grado di costruirsi una seconda giovinezza dopo il suo rientro nell'etichetta discografica di Eicher. Lo stile di Rava, ormai votato sempre più al lato compositivo, è stato micidiale nell'accogliere tutte le maggiori proiezioni stilistiche storiche del jazz, da Miles Davis a Chet Baker, da Dizzy Gillespie a Wadada Leo Smith; nell'arco della sua carriera Rava ha sperimentato tanto, fornendo un ventaglio di soluzioni aventi il requisito dell'adattabilità e dell'effetto sonoro; accanto a lui, in àmbiti più spinti nel confine "free", indiscutibilmente importante è ancora la presenza di Guido Mazzon, che per decenni, si è sobbarcato il peso di un jazz più intellettuale e aperto alla contaminazione "classico-avanguardista": sebbene le uscite discografiche si siano un pò diradate rispetto al passato, a suo favore gioca il fatto di essere ancora un faro dell'Italian Instabile Orchestra e la vena profusa nelle recenti prove discografiche (specie quelle distribuite grazie alla Ictus R.) che confermano la coerenza di un musicista che non ha perso un minimo del suo interesse nel progredire stando al passo con i tempi. Una caratteristica comune ai trombettisti, che si fa notare come molto pressante, è il desiderio di portare la tromba oltre i suoi confini naturali, una sorta di ricerca della sovraesposizione musicale, attuabile o tramite l'aggregazione dei musicisti oppure tramite tecniche di sovraincisione o di relazione all'elettronica.

Riprendendo la nostra solita partizione sul versante "mainstream" si sottolineano una serie di grandi talenti un pò sprecati nel minestrone della musica jazz "leggera" che spesso preme in termini di audience: Fabrizio Bosso, a 26 anni suonava incredibilmente maturo in "Fast flight" in ossequio ai grandi trombettisti del bop; con Flavio Boltro condivise il "Trumpet Legacy", quintetto con due leader alla tromba con enfasi cool e post-bop; ma ne escono imbarazzanti gli episodi latini di Bosso e la molta leggerezza musicale profusa da Boltro, solo in parte riscattata da una intensa attività live; uno strano modo di condurre le carriere che spesso confina con operazioni piuttosto riciclate: l'"Opera" di Boltro con il pianista Danilo Rea vuole recuperare una certa liricità impegnandosi nel viaggio tutto italiano da Monteverdi a Puccini; ancora Andrea Tofanelli, altro talento sprecato, registrò per la Splasch "Mattia's walk", omaggiando un concerto di Maynard Ferguson: suonando sui registri acuti così bene non può che essere affiancato allo stile di Gillespie. Un'altro trombettista sulla cresta dell'onda sembra essere Giovanni Falzone, dal fraseggio complesso, con molti sconfinamenti in un free abbordabile, e che può essere ascoltato bene in "Big Fracture", mentre Fulvio Sigurtà, tra decadenza contemporanea e andamento alla Kenny Wheeler, può essere ascoltato nel recente duo con il pianista Filippini in "Through the journey"; Falzone e Sigurtà suonano come trumpets ufficiali del Sousaphonix di Mauro Ottolini. Molto interessante è anche Francesco Lento (messosi in luce nel progetto del contrabbassista Paolo Damiani rinvenibile su Egea "Pane e Tempesta") di cui ci si aspetta una prova solistica per fare un valutazione più precisa.
Un particolare orientamento è quello che vede i trombettisti (specie quelli di formazione classica) cercare tasselli di congiunzione tra il jazz e il mondo accademico sull'onda dell'atteggiamento posto da artisti come Wynton Marsalis: Marco Pierobon, infiltrato speciale nelle migliori esibizioni delle orchestre di mezzo mondo (ha rifatto il trumpet concerto di Haydn), ha pubblicato un disco "SoLo" dove sostenuto dall'orchestra dei Fiati delle Marche di Mangani si inserisce nel solco delle pubblicazioni di ibrido contenuto (c'è anche un' "American Jazz suite" in stile Ellington del compositore Allen Vizzuti); poi Andrea Giuffredi, anche lui inserito stabilmente nelle orchestre classiche, in "Forme d'arte" cerca di cogliere il sovradimensionamento compiendo l'esperimento di ricreare un'orchestra di più trombe in tonalità differenti con la tecnica dell'overdubbing; nel successivo "L'anacoreta" l'esperimento si arrichisce di piano e programmazione al computer.
Si parlava prima anche di aggregazioni: trasferendoci alle spinte moderne date al jazz negli ultimi cinquant'anni, la Phantabrass di Schiaffini, presenta tre trombe di grande valore: nelle ottime registrazioni di "Live a Sant'anna Arresi" e "Basic blues" si possono ascoltare Flavio Davanzo, a cui manca forse solo una prova discografica a suo nome,  Alberto Mandarini, (che suona anche con la Instabile Orchestra) che si ricorda con piacere con Mazzon nel Trumpet Buzz Duo, in cui si può apprezzare anche un certo lavoro di interazione tra stili eterogenei (avanguardia, swing, bop) e live electronics;  in lui si apprezza anche il gusto per la melodia popolare e più in generale un senso di esoticità mediterranea (pur non essendoci lavori specificatamente in tema, si può spuntare l'ascolto del Brasserie Trio in "Musique Mechanique"). Gli ultimi lavori in duo con i pianisti Daniele Tione e Beppe Barbera offrono una bella rivalutazione del personaggio più in chiave tradizionale; Luca Calabrese, oltre ad essere presenza stabile nell'orchestra di Minafra, va ascoltato nel trio con Massimo Minardi e Francesco D'Auria di "Be Little!", dove si assiste ad una tromba dal linguaggio in fonemi, un'ambiente atmosferico, davisiano alla radice, ma indubbiamente personale, ma egualmente interessante è la collaborazione con il cb Giovanni Maier specie in "Disk Dosk".
Mirio Cosottini merita un posto particolare nel panorama italiano per aver abbracciato nel trio di EASilence gli avanposti più difficili del jazz di matrice contemporanea del nostro Paese, quello delle teorie di Cage e affini (sia per quanto riguarda le notazioni musicali sia per quello che concerne il "riempimento" dei silenzi): un valido ascolto può essere fatto in "Cono di ombre e luce" o in  "Flatime", oltre che con i duetti con Miano di casa Impressus in piena trance improvvisativa di "The curvature of pace".
 Ramon Moro, condiviso tra il progetto dei 3Quietman (in cui è stato ospitato anche Stefano Battaglia in "Bartokosmos"), le conductions del compianto Butch Morris e i lavori in duo (con il chitarrista Spaccamonti) con propensione alle risposte in live elettronics dello strumento, è invece un originalissimo improvvisatore e modificatore di suoni. Particolare riguardo a livello di critica sta riscuotendo Luca Aquino, il cui "Icarosolo" è un onirico viaggio fatto di tromba felpata e loop ben costruiti.
Passando alle correnti "etniche" non può farsi a meno di sottolineare il gran lavoro svolto da Pino Minafra con la sua Meridiana Multijazz Orchestra che in  "Terronia" offre un originale spaccato di forme poetiche e teatrali riferite alla tradizione popolare dove folklore e jazz d'avanguardia si sposano in un un connubio che definire "free mediterraneo" è forse riduttivo. Il lavoro prodromico all'esoticità è un percorso che molti musicisti hanno effettuato (anche in maniera estemporanea) e oltre a ricordare Mandarini (prima citato a proposito del suo Brasserie Trio) vanno anche menzionati i trombettisti Dino Rubino, giovanissimo partner di Cafiso che tra molti episodi leggeri di jazz, può essere utilmente ascoltato nel suo etnico tributo a Miriam Makeba in chiave jazzistica nel Trio di "Zenzi"; così come va ricordato Aldo Bassi, trombettista/insegnante di Frosinone, molto davisiano, che può difficilmente essere inquadrato in una corrente etnica, ma che nel suo quartetto (con Salis e Margitza) del 2005 "Muah" si pone con accenti di tango e siddharta.
Un traspositore di attività culturale in idiomi jazzistici è Paolo Fresu: molto vicino al Davis a cavallo dei sessanta, Fresu ha da sempre avuto un debole per gli scambi musicali tra paesi differenti, affiancando ad una "normale" attività jazzistica, quella di ricercatore di atmosfere che coniugassero il jazz con le istanze regionali: quel suo suono cupo ed evocativo ha avuto modo di manifestarsi nel folklore popolare sardo ("Sonos'e Memoria" o "Mistico Mediterraneo"(1)), che resta probabilmente uno dei momenti migliori del musicista, ma anche in direzione di un principio di nostalgica fusione tra jazz e istinti cameratistici che è avvertibile nelle collaborazioni con artisti come Richard Galliano, Omar Sosa o Nguyen Le.


Note:
(1) vedi ulteriori considerazioni in Nuovi Modi di vivere il misticismo

Le puntate precedenti:
Poche note sul jazz in Italia: introduzione (prima parte)
Poche note sul jazz italiano: i sassofoni (terza parte)