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venerdì 13 dicembre 2013

Paesani/Dal Pozzo/Mazzucco: Imbiss


L'improvvisazione ha molte facce e la fatica di esibirne un tipo che corrisponda alla propria personalità è un oggetto del desiderio che è l'obiettivo da raggiungere. Nel trio jazz un approccio distintivo è stato quello di Bill Evans che capì di aver creato la miglior musica da camera possibile mettendo di fronte ampie zone della musica del novecento (attraverso le evoluzioni del suo piano) con la ritmica derivante dall'influsso afro-americano (partendo dal contrabbasso emancipato di La Faro per arrivare ai ricami di Motian alla batteria): ma la dimensione camerale mostrava anche altri aspetti innovativi poichè insinuava come fosse possibile l'ambiguità instaurata in una "democrazia" musicale tra i tre partecipanti; nella maggior parte dei casi ciascuno dei musicisti aveva spazio a sufficienza per mostrare le sue caratteristiche "genetiche" e far emergere il suo talento comunicativo anche nell'àmbito di una relazione di assieme.
Intraprendere, quindi, un tipo di legami musicali con tali prospettive è oggi attività pericolosa, perchè rischia di evidenziare all'ascolto preparato possibili discrasie sia nella parte solistica che in quella dell'interplay: ma di solito ci sono sempre dei premi per i validi coraggiosi. Il trio formato dal pianista Lorenzo Paesani, dal contrabbassista Luca Dal Pozzo e dal batterista Dario Mazzucco tende a raccogliere ancora questa sfida e lo fa con le migliori armi possibili, ossia quelle delle convergenze basate sui propri stili. "Imbiss", appena pubblicato per la Abeat R., dimostra spesso di voler evitare i luoghi comuni, cavalcando l'interazione con le proprie idee; dal punto di vista compositivo i tre musicisti si dividono la paternità dei brani (tre a testa) determinando l'impronta essenziale delle loro costituzioni: tre dotati musicisti jazz a cui il contenuto strumentale non manca affatto: se per Paesani l'apertura di "Time Lapse" e ancor più la successiva "Samsara" dimostrano come lo stesso sia in procinto di avventurarsi in proficui territori dell'improvvisazione senza schemi, per Dal Pozzo è quasi superfluo affermare che lo stesso si trova nel suo habitat naturale in "Dope" o "Interlude #2". Mazzucco, poi, merita anche un elogio in più: se è vero che nella batteria jazz è importante il "tocco", allora il batterista vercellese ne è pienamente fornito: Dario ha uno stile direi calibrato al centimetro, una sorta di batteria itinerante, lontana comunque dai super ricami di Motian e più vicina a quelle della miglior tradizione bop, quando essi riuscivano a creare quegli impianti ritmici rigogliosi, capaci di lasciare risonanze senza "esuberanza", presenti in ogni istante dell'improvvisazione ma mai invadenti. 
L'unica cosa di cui ci si può lamentare in "Imbiss" è che alcune idee utilizzate sono parte di un processo soggettivo sul quale non si incontrano punti di rinnovo, così come succede con la scelta di incrociare parte ritmica e wurlizter (al posto del piano) per ricreare scampoli idiomatici soggettivamente apprezzabili dell'era di Corea o del Miles Davis elettrico, ma aldilà di questo, c'è una luce di assieme, forgiata sulle caratteristiche dei musicisti, ben visibile e già tracciata, nel solco dei migliori trio mainstream jazz d'Europa e che spero venga approfondita nei prossimi episodi. 

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