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sabato 7 dicembre 2013

Gli scritti sulla musica di Luciano Berio

Celestin Deliège dedicò molte pagine del suo indispensabile saggio critico sulla contemporanea* nella parte riservata a Luciano Berio. Un compositore fondamentale, a cui vanno riconosciuti tantissimi meriti: oltre ad aver materialmente elevato a sostanza gran parte delle forme non convenzionali della produzione dei suoni (le cosiddette tecniche estese) riscontrabili in un vero e proprio trattato consuntivo dell'argomento che risponde al nome delle "Sequenze" per singoli strumenti, Berio fu uno dei primi a compiere manipolazioni di matrice elettronica (il suo Thema - Omaggio a Joyce è una delle composizioni per voce e nastro più gettonate ancora oggi nelle manifestazioni di musica contemporanea) e, nel paese del bel canto, recuperò (anzi direi salvò in extremis) l'inedia canora ex-opera e melodramma, trasformando la vocalità e la convenzione teatrale in una ricerca tutta improntata al carattere dei suoni, ai legami intrinseci e non parodicamente descrittivi delle opere letterarie, compiendo uno dei passi fondamentali per lo sviluppo di un'avanguardia scevra da una anacronistica visione del passato.
Deliège individuò giustamente nella musica di Berio la ricerca di espressività basata sulla percezione e sui gesti, la ricerca di un'autentica drammatizzazione della forma teatrale, il riutilizzo dei fonemi e il recupero del contrappunto (dimenticato dai serialisti) nell'àmbito dei rapporti armonici.
Berio, inoltre, era anche un loquace conversatore di musica e di argomenti che ruotavano attorno ad essa. Come altri compositori, in varie occasioni scriveva per fissare i concetti. Sfruttando una utile intuizione, la Giulio Einaudi pubblica un volume completo di tutti i saggi del compositore a mò di antologia, seguendo un faticoso percorso di acquisizione e reinterpretazione fatto dalla curatrice Angela Ida De Benedictis; esso parte dai primi disegni editoriali che Berio propose alla casa editrice Nuova Italia, passa dagli archivi della Paul Sacher Stiftung di Basilea, si snoda in tutte le particelle proiettate da Berio in favore di istituzioni, enti, riviste, etc. e termina con l'aiuto della fondazione e il lavoro della direttrice dell'opera, Talia Pecker Berio.
"Scritti di Luciano Berio" è quindi un compendio totale delle idee del compositore gettate su carta o verbalmente esposte, che viene ripartito non in base a data cronologica ma seguendo il criterio dell'individuazione dei destinatari dei saggi: la prima sezione raccoglie gli scritti in cui "Riflettere" (per o su qualcosa), la seconda indica un "Fare", la terza è appannaggio degli "Omaggi" e la quarta è del "Discutere", con un'appendice finale dove vengono raccolti altri scritti inseribili contestualmente nelle parti precedenti.

La lettura complessiva dei vari scritti rivela un pensiero moderno, molto meno filosofico di quanto si pensi nell'approccio scritturale, in cui Berio passa sotto la sua lente di ingrandimento "colleghi" vecchi e contemporanei, forme di scrittura, tendenze e propositi. Berio nutriva una visione sulla storia della vocalità e delle sue implicazioni al limite della perfezione e la sua concezione si fondava su una triplice valenza assegnata alle interazioni con la poesia, il teatro e le possibilità dell'elettronica. I suoi rapporti continui e proficui con questi tre settori collegati alla musica, mostrano come l'autore cercasse una nuova formula espressiva che avvicinasse le distanze senza sovrapposizioni.
"... la grande polifonia vocale del passato, nel cui ambito si è sviluppato il pensiero musicale europeo, “metteva in musica” soprattutto testi universalmente noti. Per esempio il testo della Messa. Chi ascoltava sapeva cos’era un Kyrie o un Gloria e, diversamente dall’autorità vaticana, non si sentiva minimamente defraudato se ardite e complesse architetture contrappuntistiche gli impedivano una percezione vocale, parola per parola, del testo. Anzi, è stata proprio questa libertà “acustica” nei confronti del testo della Messa che ha permesso ai grandi creatori di esplorare nuovi territori musicali di grande intensità e complessità espressiva (Ockeghem, Palestrina, Bach e Beethoven). In epoche piú vicine a noi, invece, forme e maniere letterarie da una parte e forme e maniere musicali dall’altra avevano un ampio campo di coincidenza metrica, prosodica, retorica e formale: basti pensare a Mozart, alla grande stagione liederistica e a Debussy, dove questo rapporto di contiguità fra testo poetico e musica promuove una interazione illimitata di campi espressivi omogenei.... (da A-Ronne).

In molta musicologia passata e presente è nota una divaricazione degli interessi musicali praticati: per ragioni logiche e consequenziali coloro che amano il periodo classico-romantico di solito sono nemici acerrimi di Bach e della contemporaneità: ciò che probabilmente acclara la diversità è l'incapacità dei primi di trovare dei fili conduttori nella musica dei secondi che abbiano radici in un costrutto ideologico, salvo poi dimostrare se realmente esiste quel costrutto. Bene, Berio non aveva una posizione netta e i suoi saggi confermano come egli avesse bene in chiaro pregi e difetti di tutto ciò che era entrato nella sua memoria: rinnegava l'opera italiana, gran parte del neoclassicismo francese o del minimalismo americano allo stesso modo in cui ne esacerbava le eccezioni (tra queste Milhaud tra i Six francesi, Brecht nell'opera mitteleuropea del primo novecento). Berio compie quasi un miracolo nel descrivere la potenza rivelatrice della musica di Bach e del suo stile: "...tendo a pensare a Bach come nozione, come entelechia, come organismo della mente i cui caratteri globali paiono trascendere le sue proprietà locali. Bach come idea, per ragioni che in parte ancora mi sfuggono, non si lascia illustrare completamente dalle sue opere né lo si può collocare completamente in esse..." (da il Mio Bach).

Altri temi conduttori che vengono ripresi negli scritti riguardano la poesia con le similitudini tra testo e musica riversate su Calvino o Beckett e le interessanti considerazioni sulla geografia musicale, uno dei suoi ultimi scritti in cui il "....bisogno di reciprocità, di conoscere l’altro, semplice o complesso che sia, e con esso una dimensione ulteriore, è una condizione essenziale per permettere alla musica di diventare anch’essa strumento consapevole di comprensione, di dialogo e di tolleranza..." (da Geografie della musica)

Sono perfettamente d'accordo con Giorgio Pestelli, l'autore della prefazione al libro, quando scorge un Berio che scrive soprattutto in funzione del presente e del suo lavoro di compositore, dove non si avverte quella profetica espansione di pensiero che accompagnava le parole di uno Stockhausen o di un Cage, ma gli è che le verità di Berio si snodano su altri sentieri, basano il loro carico futuro sulla concretezza del presente: le citazioni della sua Sinfonia in cinque movimenti o la sonata per pianoforte che riflette un indiretto e casuale scivolamento alle tematiche minimal di Feldman, dimostrano come Berio vivesse in maniera meravigliosa quel presente della musica, facendo entrare nella sua scrittura colta anche sapori disattesi solo da idee estetiche contrarie.    

Nota:
*il libro è Cinquante ans de modernitè musicale: de Darmstadt a l'Ircam, Contribution historiographique à une musicologie critique.

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