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sabato 2 novembre 2013

Nuovi spiriti gentili da Los Angeles: Jonathan Wilson

L'onda musicale che invase il mondo della musica rock da Los Angeles negli anni sessanta/settanta (David Crosby, Garcia & Dead, Jackson Browne, Joni Mitchell, Neil Young, Eagles, Steely Dan e così via) è certamente qualcosa che non si è cancellata dalla memoria degli ascoltatori. Si può dire però che per un bel pò di tempo quel sound è praticamente scomparso dalla circolazione anche perchè filtrato dalle nuove generazioni aventi visuali espressive diverse, finchè ultimamente uno dei tentativi di resurrezione più riusciti (che non fosse quello di portare a termine operazioni nostalgiche o totalmente decostruite) ci è stato consegnato dai Fleet Foxes qualche tempo fa. Bene, sembra che ne ci sia un altro in grado di risvegliare quel sound ed è quello di Jonathan Wilson: il suo secondo recente Fanfare è stato molto apprezzato nell'ambito della critica di settore ed è stato circondato di attenzioni dovute al fatto che Wilson era già molto inserito negli ambienti losangelini importanti: partecipazione a molti eventi-concerti dei Greateful Dead, spalla al tour di Petty, collaborazioni con la crema storica del rock di Los Angeles (Browne, CSN, Raitt), produttore di Bonnie Prince Billy, Will Oldham e Chris Robinson. 
La musica di Fanfare è un perfetto revival di tanti elementi appartenenti ai nomi finora citati: tutti si ritagliano uno spazio nel mondo di Jonathan: durante il percorso trovate le ombre di Crosby, la chitarra di Garcia, il folk di Roy Harper, i coretti melodici a la Eagles, l'intro di Zuma del Neil Young, il jazzy sound su cui insistette Joni Mitchell e il pop-jazz raffinato di Donald Fagen, trovate persino passaggi southern e alcuni aggiornamenti in chiave depressa del decennio scorso che si rifanno alla confidenzialità low-fi di Wilco, Bonnie Prince Billy o di Will Oldham. Wilson si presenta però in una veste complessiva più caustica, aderente ai modelli di fragilità espressiva e depressiva del rock americano degli ultimi vent'anni, così come già ben accennato nell'esordio di "Gentle spirit".
"Fanfare" parte con un trittico fantastico di musica e melodicità, due lunghi brani validissimi che rispondono all'iniziale omonima title track e la successiva Dear Friend e un indovinato Crosby style Her hair is growing long. Se il piacere dell'ascolto non manca e vi accompagna anche nel proseguimento per via di suoni ricercati, incasellati nel posto giusto, quello che diventa criticabile ad un certo punto è la riproposizione stentorea dei modelli: sebbene Wilson ci proietta nei tempi odierni e probabilmente ha tutto il tempo per fare un album più omogeneo qualitativamente, c'è un ma che è ancora tutto da verificare, ossia il fatto di essere in grado di reggere quella competizione ardua con la profondità emotiva complessiva del messaggio del cantautorato losangelino del passato che era rinvenibile fin dai primi vagiti di quegli artisti; si, perchè il problema non è assolutamente rifare il passato (poichè oggi qualsiasi musica è rielaborazione) ma costruire un presente che sia assolutamente a lui riferibile.

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