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sabato 12 ottobre 2013

Sfatiamo il mito di Verdi e Rossini?


Quasi sempre nelle disquisizioni sulla musica italiana del passato di regola non si può fare a meno di proiettarsi storicamente in quello che è oggettivamente per molti un periodo certo, sicuro, senza tentennamenti di sorta: in verità l'edificazione di un pilastro della nostra musica è realtà molto più complessa di quello che si pensa e a livello musicale soffre di una deforme informazione su fatti ed aspetti strettamente collegati alla musica. Tra le tante considerazioni oggetto di discussione ve ne una però essenziale su cui è necessario soffermarsi poichè su di essa (più che in altre situazioni) non si forma un consenso: si può attribuire ai compositori italiani romantici una grandeur di base così come essa viene continuamente proposta da istituzioni e riviste italiane ed internazionali? In che cosa consiste l'importanza di un Verdi o di un Rossini? 
Prima di un resoconto critico, vorrei segnalarvi quella parte del libro di Dario Candela "Conversazioni con Aldo Ciccolini" dove al pianista italiano viene chiesto di esprimere un'idea dei compositori Verdi e Rossini:
".....vogliamo parlare di Verdi? C'è qualcuno che ha il coraggio di dire le cose come stanno? Delle sue qualità melodiche, che vengono fuori rarissime volte, degli accompagnamenti per gli archi che sono davvero banali? Non dimentichiamo che dello stesso periodo è il signor Wagner, che scrisse ben altro. Sono cose che vanno dette, piacciano o no! Addio, del passato è veramente molto bello ma l'aria del tenore del secondo tempo è qualcosa di insopportabile, e così anche altre. Inoltre Verdi scriveva molto male i cori: Và pensiero è una banale forma di unisono, ed è tempo di dirle queste cose......E Rossini? Nella sua musica c'è una confusione tale che quando lo ascolti a momenti non sai più se è il Barbiere di Siviglia o L'italiana in Algeri, sempre la stessa cosa col crescendo finale. Ma basta! Beethoven lo odiava, si dice che un giorno gli abbia detto: mi raccomando scriva ancora due o tre Barbiere di Siviglia.....io ho registrato i Péchés de Viellesse, perchè me l'hanno chiesto, era una commande, tutto qui, un disco di routine. Rossini ha fatto diverse raccolte per pianoforte che non valgono molto, solo una di queste è un po' più divertente. La Emi voleva tentare la stessa operazione riuscita con Satie. Ma Rossini non ha funzionato perchè Satie ha qualcosa che Rossini non ha......."
Le considerazioni di Ciccolini invero non sono solitarie: esiste una fetta considerevole seppur minoritaria di accademici e critici musicali che la pensa proprio in questa maniera. Il problema però nasce da lontano ed investe il periodo storico dell'opera e la situazione economica di quel periodo: riguardo al primo punto è necessario sottolineare come l'importanza storica dell'opera italiana è legata alle rinnovate esigenze della borghesia di quel tempo, classe diventata astro nascente della società: in una situazione molto simile a quella che purtroppo stiamo vivendo oggi in Italia, quella società si era precostituita degli idiomi di vita e di relazione, tra cui quello dell'andare a teatro era non solo simbolo di divertimento ma affermazione di uno status sociale. Dal punto di vista musicale, però, si era realizzata una sorta di trasmigrazione di valori: si confusero le abilità tecniche con i poteri emotivi della musica: il classicismo aveva inaugurato musicalmente un nuovo periodo di "regole" da seguire che non faceva eccezione nemmeno nell'ambito del canto dove l'emozione scaturiva spesso dalla rappresentazione piuttosto che dalla musica. Andare all'opera significava guardare un evento del mondo alla stessa maniera con cui oggi noi lo guardiamo in televisione, ossia spettatori incapaci di costruirci una visione critica e personale in mancanza di altre fonti: se dopo Bach e le fasi di transizione al classicismo il canto aveva perso la propria spiritualità*, con l'opera non ne guadagna nemmeno la mondanità (ammesso che sia un valore ragionevole): essere scossi dalla potenza di un tenore o di un soprano diventò la regola tecnica inconfutabile poichè quello che era auspicabile era una nuova visuale fatta anche di altri elementi oltre la musica (la scena, i costumi, l'oggettività della storia, etc.); così facendo i compositori furono poco interessati alla profondità suscitata dalla musica, poichè per loro almeno nell'opera lirica "profondo" significava un concetto tecnico. Ma anche un'altro aspetto va segnalato e cioè che la melodia composta (che senza ombra di dubbio è la progenitrice di tutta la canzone italiana) era generalmente accettata come valida ed eccellente: non posso fare a meno di essere inquietato dal fatto che oggi, dopo duecento anni, si ritenga che abbia ancora le stesse prerogative. In verità va fatta una revisione critica di questo pensiero, che coinvolge il secondo punto accennato in precedenza basato sulla situazione economica dei compositori e sulle disponibilità degli impresari: i gusti del pubblico rimasero tali anche quando dopo la metà dell'ottocento il romanticismo (con tutta la società relativa) entrarono nel periodo decadente: nonostante i tempi stessero cambiando, quella borghesia tendeva a mantenere i propri privilegi e non aveva nessun desiderio di cambiare; ma soprattutto ne influenzava indirettamente le sorti e le programmazioni di spettacolo degli impresari: di fronte ad un periodo di difficoltà economica rilevante (basta andare a spulciare un pò di testi dell'epoca per rendersi conto di questo) essi avevano bisogno di una proposta immutabile come quella dei loro clienti e perciò le commissioni dovevano essere quanto più in linea possibile con le evoluzioni del momento vissuto. Molti diranno che questa è una fantasticheria, poichè come potremmo evadere il fattore "tecnico" di cui si parlava prima: ma anche su questo punto, solo restando nel campo dell'opera e del melodramma, la quasi totalità delle composizioni di Verdi o Rossini erano di semplicità primitiva. Ancora oggi non riesco a capire come un qualsiasi insegnante di musica o dei critici affermati possano definire "immortali" quelle melodie: devo pensare ad un errore storico fondamentale o prendere in considerazione altri elementi?. La verità è che non si capisce perchè se si ascoltano le ouvertures di Verdi o alcune di Rossini sembra di essere di fronte a qualcosa di radicalmente diverso, ossia in quelle prove musicali dove la presenza scenica era naturalmente meno ricercata; inoltre il discorso è estensibile ad alcune parti della Requiem di Verdi così come differenti sotto il profilo estetico sembrano molti passaggi delle Peches de Viellesse di Rossini. Allora la verità è che esisteva una melodia più elaborata che purtroppo dopo duecento anni non viene fuori, così come non vengono fuori le melodie infarcite di territorio e folklore dei compositori italiani che alla fine dell'Ottocento aderivano a forme di classicismo imbevute di tanta novità impressionistica (Respighi, Malipiero, Casella, Alfano, etc.) dove si respira realmente la melodia. Personalmente ritengo che questo empasse storico abbia provocato un grave danno alla melodia italiana, trascinandola, con l'equivoco tecnico, in un territorio in cui mancava l'anima del riscontro. Wagner in Germania (purtroppo dobbiamo dirlo in uno strano parallelismo politico/musicale con la situazione storica attuale) ne aveva compreso molto meglio la portata, cercando sì di creare un prodotto "globale", quello che chiamava opera totale, ma senza che questa andasse a pregiudicare gli aspetti musicali. 

*per un idea delle evoluzioni della sacralità vedi questo mio articolo

2 commenti:

  1. Lo stabat mater di Rossini è un capolavoro assoluto.

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    1. Quanto allo Stabat Mater di Rossini ribadisco lo stesso pensiero che segnalai con un commento sul blog Mondo Jazz di Roberto Dell'Ava a proposito dello Stabat Mater di Pergolesi......
      "..Caro Roberto, nonostante mi debba schierare contro un nutrito popolo di favoreggiatori, sono del parere che la Stabat Mater di Pergolesi possa considerarsi un puntino piccolo piccolo nella storia della sacralità, vittima già di quell'incedere "operistico" che le stava togliendo la sua vera dignità.

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