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sabato 19 ottobre 2013

Robert Wyatt: '68


Le indicazioni sui nuovi percorsi di Robert Wyatt emersero in seguito ad una frase (ampiamente divulgata) che egli pronunciò in occasione di una intervista rilasciata ad Ondarock subito dopo l'uscita di "Shleep" e che qui vi riporto:
"....Ho passato parte degli anni novanta con una serie di problemi di salute che mi hanno costretto a uno sforzo enorme per riconquistare la dimensione sociale di ciò che si chiama musica. Troppo spesso mi sono concentrato sulla musica come un poeta con la sua penna. Ma la musica non è poesia, è un'arte sociale e quindi ho avuto bisogno di una compagnia di amici che mi aiutassero a uscire da questo isolamento...."
Se si vuole erigere un paletto di commento su questa affermazione sarebbe necessario anche dire che "Shleep", prima operazione in cui Robert tornava al formato "band", intercettò anche un cambiamento di intensità delle visioni musicali dell'artista, che una volta per tutte lasciò in quel momento tutte le velleità espressionistiche della sua musica. Per coloro che come me si erano innamorati senza mezzi termini alle operazioni solistiche di Wyatt è stato un duro colpo accettare una versione "minore" di un musicista immenso, una delle fonti più originali che la musica abbia mai partorito seguendo il percorso che parte dai primi tre albums dei Soft Machine* e che prosegue nella carriera solistica: in verità non so bene che peso attribuire ai termini "isolamento" o "poesia come arte sociale" presentati da Robert alla comunità musicale poichè se è vero che l'uomo può sperimentare periodi in cui sente la necessità di isolarsi come una condizione prolungata del dissenso verso il mondo e il suo ordine, dall'altro il reingresso nella comunità potrebbe costituire una sorta di disperato recupero delle radici terrene; ma quanti artisti (anche in arti non musicali) hanno preferito mantenere il proprio costrutto ideologico e vivere la propria esistenza artistica in una sorta di doppia immagine, quella che si afferma nella scrittura e quella della vita di tutti i giorni? E poi, perchè pensare ai poeti a come dei disperati isolazionisti?
Comunque aldilà del mio rammarico e della mancanze di risposte vere, Wyatt dallo splendido "The end of an ear" fino a "Dondestan" è stato praticamente perfetto non solo per la volontà di sperimentare in più direzioni (cosa che specie alla fine dei sessanta era prerogativa molto comune di una categoria di musicisti colti) ma anche perchè forniva un "modello" nuovo su cui basarsi, costruito su mezzi di dotazione naturale (la sua esile voce e il polistrumentismo) e mezzi di ricerca (le costruzioni teoriche su come utilizzare le dotazioni naturali). La Cuneiform R. ha appena pubblicato un ottimo inserto storico sull'essenza di quel "modello" di cui si parlava: si tratta di registrazioni complete e per metà inedite di quattro brani che Robert incise nel periodo iniziale della carriera intrapresa nei Soft Machine. "Chelsa", pur essendo ancora non pienamente matura, presenta la caratterizzazione vocale di Wyatt senza nessun artificio e le pratiche improvvisative; "Melodies Rivmic" presenta la versione completa di quei frammenti che comparivano nello splendido collage di "Soft Machine Vol. 2", dove essenziali e cortissimi brani costituivano il raccordo all'esperienza di gruppo: in particolare potrete riascoltare integralmente "The coincise British alphabet" (i due tagli separati in Soft Machine vol. 2 duravano in tutti 22 secondi), un vero e proprio ponte di partenza verso le compiute evoluzioni delle manipolazioni vocali dadaiste ed espressioniste di "Las Vegas Tango" di "An End of ear"; i potenziamenti di "Hulloder" e "Dada was here" che qui viene magnificamente ampliata grazie a soluzioni di effetto costruite al piano che pescano nell'improvvisazione; "Slow walkin' talk" vi porta nell'ambito delle tendenze di moda di quel periodo (il pop più psichedelico dell'artista si sposa con il fatto di aprire i concerti di Hendrix), sebbene la sua brevità è un elemento a sfavore; infine "Moon in June" (incisa originariamente in Third) che in questa versione si fa apprezzare ancor più per la possibilità di ascoltare meglio le sfumature del lungo brano grazie ad alcuni accorgimenti strumentali differenti e ad una migliore registrazione.
"'68" è uno spaccato molto rappresentativo di Wyatt, delle sue idee musicali, più tardi approfondite tramite un maggior equilibrio tra testi e musica che, specie per quelli che ascoltano velocemente la musica per apprendere, costituisce il sunto ideale per comprendere il suo "modello" in prima istanza.

Nota:
*per una disamina stilistica del gruppo vedi questo mio articolo Soft Machine: somma delle parti?

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