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sabato 26 ottobre 2013

Poche note sul jazz italiano (12° parte): fisarmonica, armonica ed organo


Nella parte rustica (permettetemi questa espressione che sa di candore e ambienti in agro) della strumentazione, quella che si riferisce a fisarmonica ed armonica, abbiamo saputo ritagliarci un'ottima posizione negli ultimi dieci anni: spinti da una naturale propensione alla melodicità, si è assistito alla nascita e maturazione di una serie di musicisti di gran spessore, che hanno in qualche modo sfatato il luogo comune delle limitatezze degli strumenti e soprattutto hanno evitato la banalizzazione sempre insita nelle pieghe di un repertorio irrimediabilmente condiviso, nell'aspetto armonico e melodico, con i gusti del pubblico. Affine alla fisarmonica per evidenti ragioni è anche l'organo: molti pianisti jazz italiani sono anche organisti (qualcuno anche il contrario) e quindi i nomi sono ricorrenti; tuttavia ci sono ancora dei specialisti che indicano nuove strade.
Nella fisarmonica la prima importante divaricazione di tendenza si è manifestata con le sensitive proposte di Gianni Coscia da una parte e quelle legate alla libera improvvisazione di Antonello Salis dall'altra. Coscia sta conoscendo una nuova giovinezza artistica che gli arriva simultaneamente dalle validissime proposte collaborative in casa Egea e quelle con Trovesi, con il quale ha raggiunto il naturale target della registrazione tipica Ecm sound; vi consiglio di ascoltare Coscia e Trovesi in "In cerca di cibo", poichè questo vi consente di riascoltare anche le composizioni splendide di Fiorenzo Carpi sulla fiaba magnifica di Pinocchio. Antonello Salis (già citato nella puntata dedicata ai pianisti) si è diviso tra istinti free e quelli tendenti alla musica popolare: può essere ben ascoltato con Paolo Angeli in "Ma.ri" e recentemente nel trio con Schiaffini e Kasirossafar in "Live in Ventotene". I percorsi intrapresi da Coscia e Trovesi si sposano con la nostra usuale tripartizione di jazz (tradizione/libera improvvisazione/popolare) che ci ha accompagnato in tutte le puntate di questa trattazione e se si può certamente affermare che la categorizzazione è solo funzionale ad un migliore comprensione per i lettori, non essendoci dei compartimenti stagni, fisarmonicisti di valore da attribuire idealmente alla prima categoria possono essere Luciano Biondini, messosi in luce nelle collaborazioni con Girotto e Mirabassi, ma che sta impostando una suntuosa carriera da solista partita dall'ottimo "Prima del Cuore" e che ora ha raggiunto l'Intakt Record nel trio con Godard e Niggli ("What is there what is not" e "Mavì"); poi Fausto Beccalossi, che può essere ascoltato nel Trio "Ammentos" con Alfonsi e Maiore e in "Ituar" con Del Barba e Bombardieri; Renzo Ruggeri, uno dei primi improvvisatori in Italia anche impegnato in un recupero dello strumento nell'ambito orchestrale (assolutamente da sentire "Accordion voyage" e "Spaghetti time"), Roberto Bongianino (che suona anche il bandeneon) nel progetto "Animalunga Trio"; il sempiterno Emanuele Rastelli, che assieme ad Enzo Pietropaoli ha recentemente pubblicato un significativo contributo allo strumento in "Duolosophy vol. 1"; inoltre particolarmente effervescente è anche la scrittura di Giuliana Soscia, che, assieme al pianista Pino Jodice nel quartetto apposito di "Contemporary" e "Sonata per luna crescente", costruisce per lo strumento itinerari molto personali.
Nella seconda e terza (non rigide) categorie possono rientrare tutti coloro che basano la musica su una ricerca più ampia filtrata anche con la musica contemporanea e le contaminazioni di vario genere: tra questi il più considerato è Simone Zanchini, che può essere utilmente ascoltato nelle validissime collaborazioni con Ratko Zjaca in "The Way we talk", nel trio con D'Agaro ed Ottolini di "Up&Down" e soprattutto nell'incredibile solo di "My accordion concept"; poi abbiamo Gino Zambelli, fisarmonicista bresciano che ha appena pubblicato un'interessante "Chutzpah", in un trio con Tiraboschi e Prando; poi tra i "popolari" rientrano, oltre alle evoluzioni di Salis, anche quelle di Daniele di Bonaventura (anche al bandeneon), forte dell'esperimento religioso-etnico con Fresu all'Ecm in "Mistico Mediterraneo", che può essere ascoltato validamente in vari cds tra cui "Bandeneon &Bandeneon", "Ritus" e "L'ultimo nadir"; ancora Marco Lo Russo, di forte impronta world, che può essere ascoltato con Tiziano Zanotti al contrabbasso in "Tarabuk" e con Guido Felizzi al violino in "Ichnos".
Per quanto riguarda l'armonica le segnalazioni vanno fatte soprattutto in favore di Max De Aloe, che suona l'armonica cromatica, ed ha avuto modo già di distinguersi per le collaborazioni in duo con Gianni Coscia ("Racconti controvento" e "L'anima delle cose") ma che si propone anche con formazioni jazzistiche in quartetto (tra cui "Crocevia") e, usando anche live electronics, nel progetto di Laboratorio Altroccidentale dove l'armonica si mischia con le tradizioni popolari e le altri arti; poi Davide Rinella, che suona l'armonica cromatica, con un suono accattivante che può essere ascoltato senz'altro nel D Quartet in cui condivide la scena con il fisarmonicista Roberto Gervasi in "Ossessa"; molto valida è anche la proposta di Federico Bertelli, armonicista diatonico di cui una traccia importante può scorgersi in "Harmonitaly".
Nell'organo forte è il retaggio storico introdotto da tutto il soul jazz & funk partito da Jimmy Smith, Bobby Timmons etc., e degli incroci che hanno caratterizzato molta parte del jazz-rock che va da Davis a Zappa alla fine dei sessanta. In questa prospettiva le migliori proposte giungono dal groove del trio di Vito Di Modugno ("Organ Trio vol.1"), dagli hammond-isti Mauro Costantini (da ascoltare con gli Organ five in "Soul Touch" con la presenza di D'Agaro), Nicola Dal Bo (in "Trio.org" con Michele Manzo e Massimo Chiarella) e Massimiliano Coclite.
Un posto migliore non sembra esserci, tuttavia si notano anche tentativi di dirottare dai percorsi abituali: la suite in nove parti per organo contemporaneo "Shadows of colours" di Claudio Cojaniz, conferma, nonostante qui il jazz formalmente sia molto lontano, la volontà di aprire dei canali intermedi (così come capitato a Jarrett durante la sua carriera). Tra gli organisti particolare considerazione della critica sta avendo Giulio Stermieri, organista che si divide tra il suo gruppo Foursome e il trio di The Assassins con Cusa: la prima raccolta dei Foursome "Guuguubarra", progetto embrionale tutto in divenire, mostra un utilizzo diverso delle stratificazioni create dallo strumento, in cui cercare dei validi appoggi espressivi: il free spaesato di Edinblur, può essere visto come un esempio di ricerca timbrica non usualmente rivolta a suoni bollenti o invasivi che tende a nuove dimensioni: gli esperimenti fatti processando i suoni in cui vengono creati alcuni effetti (vedi quanto successo già negli Assassins) donano all'organo una funzione abnorme o inquisitiva a seconda dei casi.

Questa è la penultima puntata sul jazz italiano che chiude definitivamente la parte strumentale, la prossima, ultima, sarà dedicata al canto.


Le puntate precedenti:

Poche note sul jazz in Italia: introduzione (prima parte)
Poche note sul jazz italiano: i sassofoni (terza parte)
Poche note sul jazz italiano: tromba (quarta parte)

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