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venerdì 25 ottobre 2013

Morton Feldman: For Bunita Marcus


Oggi che la musica per molti è diventata un bene di consumo veloce e senza anima, chiedersi il perchè compositori illuminati come Morton Feldman abbiano potuto sfidare le leggi del tempo con composizioni lunghissime, oltre l'ora, invischiate in rappresentazioni rarefatte, è questione che si fa fatica a comprendere. Dovremmo ricordare ai distratti di come la musica abbia già nei secoli passati prodotto opere chilometriche (si pensi a molto dell'attivismo religioso del Medioevo e del barocco) e di come lo stia facendo "silenziosamente" ancora adesso (le operazioni sul "sonno" di Robert Rich nell'ambient o a tanta drone music); il rapporto che circola tra musica (intesa come forma d'arte) e la realtà è qualcosa che è visibile allo stesso modo di un'opera pittorica o archittetonica. Così come si scopre la grandezza e i dettagli di un modello d'arte (ad es. entrare nella cattedrale di Notre Dame od esplorare determinati àmbiti o luoghi di particolare pregio artistico costruiti dall'uomo), allo stesso modo dare un'impronta di largo respiro nella musica significa lasciare una traccia indelebile nella memoria delle generazioni future. Feldman nella parte finale della sua vita era immerso in questa dimensione, forse in un modo che gli serviva per essere appagato circa i suoi pensieri sull'arte e sulla vita: fu certamente un'operazione rischiosa quella della dilatazione temporale che oggi probabilmente meriterebbe anche una più approfondita analisi in termini artistici. Il sodalizio che Feldman ebbe con Bunita Marcus non rimase solo negli affetti e nella stima artistica ma si concretizzò in una lunga composizione a lei dedicata: "For Bunita Marcus" (anno di composizione 1985) sembra essere negli ultimi anni una delle composizioni di Feldman più ricercate ed eseguite da molti pianisti; nata nell'area della gestualità, "For Bunita Marcus" utilizza un piano con il pedale della risonanza praticamente sempre inserito, grappoli atonali di note ripetute con sostanza minimalistica ed un senso dell'abbinamento con i silenzi che è degno dei migliori riempimenti in ossequio ai corollari della teoria 4'33" di Cage; delle molteplici versioni di "For Bunita Marcus" quelle di John Tilbury, Hildegard Kleeb o Markus Hinterhauser sembrano le più gettonate se non altro perchè incise presso etichette molto conosciute a livello internazionale, ma è indubbio che anche quella che costituisce l'oggetto del mio articolo suonata dal pianista Gianni Lenoci possa essere affiancata senza problemi. 

In "For Bunita Marcus" Feldman voleva sotterrare l'interpretazione e creare una realtà oggettiva, perciò la migliore rappresentazione del lungo brano doveva affrontare anche questa sfida: come in queste pagine ha in passato descritto il compositore Simone Santi Gubini, ".....l’interprete deve quindi straniarsi da qualunque intenzione personale, qualunque, traendo dal proprio strumento suoni limpidi ma volutamente freddi, che ignorano persino l’amato vibrato, il vibrato è dunque finalmente bandito! La migliore esecuzione di questa musica è non interpretarla, un distaccato rapporto con essa è cosa più onesta, è necessario il più lontano distacco per poterla esprimere, per poter esprimere quell’oggettività di suoni, soltanto ciò che serve, un’oggettiva verità, direbbe Pärt....."*
Ecco quindi che la magia della composizione può essere solo replicata attuando un piano di "pazienza" nell'eseguire la partitura secondo le regole impartite, che per un pianista intento a suonare per oltre un'ora non è cosa assolutamente facile; alla luce di queste considerazioni Lenoci, con una registrazione nitida, si dimostra un virtuoso di tali principi, poichè anche una sola nota fuori posto tradirebbe il lavoro fatto dall'americano. Feldman disse a proposito di questa composizione: "...questo lavoro, che ho dedicato a Bunita Marcus, [...] tratta della morte di mia madre, con l'idea di una morte lenta. Io volevo semplicemente che il pezzo non si interrompesse mai. Quindi ho usato questa mancanza di volontà compositiva il più a lungo possibile per mantenere il pezzo in vita, come un paziente affetto da una malattia terminale ".  Sebben Feldman usi l'idea per accompagnare le ore finali di sua madre, in verità la composizione non si pone solo come un encomio al passaggio: non è visione molto lontana dalla realtà quella che proietta in seno a For Bunita Marcus l'inseguimento di molteplici scopi della realtà, non solo quello della perdita terrena; specie se essa viene accostata alla grandezza della pittura di Rotko e più in generale di quella dei campi di colore, For Bunita Marcus si pone come medium ideale per esplorare profondità della nostra vita e riflettere (tramite l'effetto sospensivo della musica) sul rapporto dei contrari o del "tra" (animato e non animato, suono e silenzio, sorpresa e freddezza, etc.) che caratterizza il nocciolo della nostra esistenza.


Note:
*per una più ampia disamina di Feldman vedi tutto l'articolo.

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