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venerdì 4 ottobre 2013

Mirio Cosottini e i suoi mantras


Trovare l'originalità nella marea di proposte musicali non è più cosa semplice: specie se valutiamo con freddezza i "suoni" e tutto quello che è stato prodotto nella storia della musica (dalla classica alla libera improvvisazione, dalla contemporanea all'elettronica in suoi molti sub-genere), oggi si è realmente tentati di inquadrare gli artisti sotto l'egida di qualche illustre predecessore; senza timore di dire un'eresia è stato forse il rock (quello vibrante ed articolato partito dagli anni sessanta, svincolato dai prodromi inefficaci del rock'n'roll o del pop) che è riuscito, meglio degli altri generi, a fornire le prove più chiare di un percorso artistico "riconoscibile" fin dal primo ascolto. 
Il trombettista jazz Mirio Cosottini (che è diventato ormai un factotum di queste pagine di lettura grazie alla sua musica e ai suoi articoli didattici) si cimenta nel pensiero extra jazzistico pubblicando "Mantras", in cui vengono saltati gli usuali riferimenti alla contemporanea e al jazz, per concentrarsi sulla musica ritenuta più leggera; "Mantras" scopre tutto il background di Cosottini su quel versante: aiutandosi con leggere linee accordali di piano, un pò di loops in stile lounge e qualche strumento (la chitarra di Francesco Canavese e qualche linea di archi soprattutto), Cosottini tira fuori le sue passioni e le filtra attraverso la sua ottica: basandosi sull'espressività del canto (di cui si scoprono qualità inedite!) e sulla minimale ripetizione di frasi finalizzate ai temi, ci si accorge che egli riesce a mettere assieme la vena triste dei cantautori italiani (Tenco, Endrigo, etc.), il pianismo francese di inizio novecento (Satie soprattutto), la parte oscura dei movimenti progressive degli anni settanta, il debordante malinconico impressionismo di "Nightporter" di David Sylvian, creando un prodotto tutto suo che inserisce pezzi antichi e moderni secondo il suo gusto: ad esempio l'uso della polifonia fatto in molte parti di Mantras si riconduce più agli esperimenti corali dell'Hilliard Ensemble che a quelli in stile operistico dei Pink Floyd, Genesis o Van der Graaf Generator usati in quel periodo, così come l'approccio ritmico selvaggio di "Overjoyed" si pone in un'ottica di rivisitazione diversa rispetto a quella normale di un rocker, avvicinandosi a quegli indurimenti in stile decadente (condotti anche sulla vocalità) non molto ben espressi in molto jazz-rock odierno (un riferimento può essere quello ai New Bag di Christy Doran con Bruno Amstad). Ecco quindi che i suoi mantras si configurano come delle chiavi per entrare nel suo mondo fatto di apparenti decantazioni di sconfitte, dove tutto è affidato al respiro armonico degli strumenti utilizzati, compreso la voce; si potrà discutere su probabili migliorie strumentali in fase di produzione, ma è innegabile come la sua rielaborazione porti già verso un'impronta stilistica personale (sentite "C'est le temp") che si riconduce a quel percorso di originalità di cui si accennava prima e che riproduce il suo pensiero musicale fatto di "invarianza" e "cambiamento".

1 commento:

  1. ho appena acquistato Mantras: un'epifania!
    bravo Cosottini

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