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domenica 6 ottobre 2013

Francesco Guerri

Prima di qualsiasi altra cosa allora si perderà cover art
In occasione della pubblicazione della puntata sul jazz italiano dedicata agli archi, il violista Botti mi evidenziò il nome del violoncellista Francesco Guerri. Di Guerri (1977) in verità conoscevo le collaborazioni con Carla Bozulich ma più difficile era sapere che il violoncellista avesse pubblicato tra il gennaio del 2012 e luglio 2013 due compilazioni in solo liberamente ascoltabili su Bandcamp (di cui comunque dovrebbe esserci anche versione cd -leggo 500 copie- e vinile), perciò questo articolo consideratelo come un'aggiunta a quella puntata. Le due raccolte in questione sono "From your beginning to my (ha)nd" e "Prima di qualsiasi altra cosa allora si perderà". Completamente autocostruite e prodotte in privato, queste sono prove in solitudine, dove emerge la polivalente visione dell'artista, che si basa su un equa condivisione di scrittura e improvvisazione e che vogliono sottolineare come, per poter combattere i pregiudizi sullo strumento, sia necessario cambiare prospettiva. Qual è? Non pensare di essere di fronte ad uno strumento riservato per il comparto classico o contemporaneo, cercare di trovare soluzioni efficaci anche sconfinanti in ritmiche o melodie tendenti al rock, alla musica etnica o altri generi: come afferma Guerri nelle note..." I use my cello to extend my body. The sound puts shape to things in many ways… even going so far as to feel lyrical, like a voice coming through me....".
Ecco quindi un uso variabile che porta in sè i semi di un cosmopolitismo stilistico, dove potete ascoltare lo strumento in modalità classica (sia con evoluzioni tradizionali che sperimentali), con refrains percussivi come proiezione di quella parte nascosta del cello, che nel caso di Guerri richiamano varie fonti, dall'africanità agli (anche per affinità di suono) arabeschi mediorientali, fino a giungere all'emulazione di una chitarra hard rock; il tutto si cala in una psicosi improvvisativa che è figlia delle esperienze jazzistiche totalmente libere. Una sorta di officina sensitiva dei suoni lontana dal potersi riconoscere nel jazz strictu sensu (molta musica di Botti è orientata alla poliedricità), che sfrutta anche preparazioni dello strumento e talvolta utilizzo di elettronica (specie per sottolineare sferzate improvvisative ed effetti di risonanza).  


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