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domenica 15 settembre 2013

Richard Pinhas e la sua Desolation Row


Desolation RowMolto spesso la storia che ci viene riportata è ignobile nel dire la verità e andrebbe riscritta: specie se essa è appannaggio di gruppi o movimenti silenziosi che combattono una rivoluzione che troppo frettolosamente viene archiviata e dimenticata. La storia si è distorta anche in relazione agli eventi che determinarono i gusti dei giovani ascoltatori di musica degli anni settanta, quando di fronte ad un panorama europeo ben chiarificato sui principali movimenti musicali del rock, qualcosa fu omesso. Agli inizi dei settanta in Europa vennero riconosciuti solo alcuni dei movimenti catalizzatori della musica dando risonanza al progressive rock inglese (dai Pink Floyd ai King Crimson fino ad arrivare alle forme più hard dei Zeppelin), al pastiche della scuola di Canterbury (con tutte le sue estensioni trasversali) che spartivano il primato dell'interesse con il kraut e la scuola cosmica tedesca. L'Italia si affiancò proficuamente all'intellettuale movimento inglese progressivo ma stranamente del progressive francese nessuno ne pubblicizzò gli esiti; in verità la novità francese arrivava dalle possibilità offerte dall'elettronica leggera: ma accanto a mostri sacri distratti da un proficuo melodismo (Vangelis prima e Jean-Michele Jarre subito dopo) la stampa dimenticò di pubblicizzare adeguatamente gli altri aspetti della modernità del rock francese legati all'elettronica: gruppi come gli Heldon, i Lard Free di Gilbert Artmann, gli Ilitch di Thierry Muller imponevano una visione particolare, più dura da digerire, che del progressive o delle correnti tedesche prendeva solo alcuni aspetti, impostando le priorità su una sorta di rock elettronico a carattere filosofico. Il leader degli Heldon, Richard Pinhas, allora giovane scrittore e professore di filosofia, si distinse per un progetto che univa Hendrix e la politica, la frippertronics di Robert Fripp e le pulsazioni dell'elettronica applicata agli strumenti di quei tempi (in cui egli si distingueva per il particolare connubio incrociato da synths e chitarra); gli Heldon misero su una discografia tanto qualitativa quanto sommessa nella penetrazione sulle grandi masse (se raffrontata a quella dei principali gruppi progressivi), che Pinhas proseguì sotto il suo nome anche dopo lo scioglimento ufficiale del gruppo. L'attività del francese seguì molto pedissequamente le nuove direzioni che l'elettronica perseguiva e si trovò subito ad affrontare le teorie ambientali, il drone e gli afflati new age. Poi, dopo una pausa dedicata alla scrittura durata dieci anni circa, Pinhas cercò di recuperare il gap evolutivo con dischi che spaziavano nelle novità musicali che circolavano a ritmi forse impensabili per lui: i suoi dischi cominciarono ad inserire elementi di improvvisazione jazzistica (specie nella parte ritmica), ad aderire alle teorie del post-rock (con la costruzione di una propria dimensione stilistica) e negli ultimi tempi, grazie alle collaborazioni con il rumorista giapponese Merzbow, ad avvicinarsi in maniera spedita al noise, al metal moderno e ad una struttura di suono post-industriale di cui è innegabile che fosse un precursore (andatevi a risentire le pioneristiche avventure elettroniche di "Un Reve sans conséquence spéciale"); il concetto di disfatta che sta attraversando l'elettronica sposa la nuova ed aperta concezione musicale del francese che fa tesoro delle esperienze passate: in ogni nuovo lavoro si avverte la presenza di elementi forgiati in passato (gli effetti dei sequencers, il drone chitarristico dilatato, la causticità dei tempi batteristici, il muro sonoro provocato dalle distorsioni strumentali, etc.), una sorta di continua evoluzione che non dimenticava mai tutto il percorso effettuato. Questa sintesi è quello che sentirete in "Desolation Row", in cui si circonda di molti dei suoi "ammiratori" recenti (Oren Ambarchi, Lasse Marhaug, Etienne Jaumet, Noel Akchote, Eric Borelva, e il figlio Duncan Nilsson) pronti a sferrare un vero e proprio attacco sonico: qui il tema ritorna fortemente riferito alla politica, quella che ha creato il TeknoFascism, quella burocrazia pronta a soddisfare i bisogni dei potenti mettendo gli Stati sotto pressione economica e non permettendo ai cittadini di esercitare la loro sovranità. Musicalmente ciò che affascina di "Desolation Row" è il suo caustico catastrofismo, quella lunga saturazione sonora dei brani che nasconde all'improvviso un oasi di estasi chitarristica; non sarà forse al livello di "Metatron" o delle collaborazioni con Merzbow, ma esprime con coerenza, energia ed originalità il suo punto di vista su una condizione dell'umanesimo odierno.

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