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lunedì 23 settembre 2013

Poche note sul jazz italiano (11° parte): violino, viola, cello


Sono noti a tutti i cambiamenti intervenuti nel violino jazz con l'avvento della musica creativa negli anni sessanta negli Stati Uniti: di come rivalutare l'espressione artistica di strumenti come la viola o il cello nel campo del jazz se ne sono espressi di pareri, tuttavia salvo casi isolati, sembra difficile trovare strade differenti da quella che più si avvicina alla classicità conclamata dagli strumenti, che è anche la meno rischiosa. Nel jazz molti musicisti legati agli archi, più o meno stabilmente presenti nel mondo variegato della musica classica hanno fatto capolino solo sporadicamente in presenza di progetti che ne richiedono il loro intervento ma è lontana anche una casistica che possa considerarsi tale.  
In Italia un peso fondamentale nello sviluppo del violino lo sta dando Emanuele Parrini, che ha intelligentemente distribuito i suoi contributi in progetti vari dove lo strumento è a disposizione per qualsiasi evoluzione stilistica: dalla tonalità alla free improvisation, dai progetti etnici a quelli jazzistici, Parrini non ha eguali in Italia per impegno e ricerca nel suo settore: condividendo le esperienze dell'Italian Instabile Orchestra, del Dinamitri Jazz Folklore, quelle di Tiziano Tononi e Daniele Cavallanti e partecipando a tutta una serie minuziosa di collaborazioni con altri musicisti di spicco della scena italiana e straniera, il violinista è diventato un Billy Bang in terra italiana. Tra i lavori più creativi che pescano nell'improvvisazione libera è impossibile non citare Vertical Invaders, con Tononi e William Parker, ma senza dubbio anche il recente solo album "Viaggio al centro del violino" non è da meno nè in termini di personalità che di respiro artistico. Molto profondo e rotondo nel suono è il violino di Stefano Pastor, anch'egli molto condiviso da esperienze variegate che spaziano dal jazz al mondo etnico, così come quelle che abbracciano l'atonalità e l'elettronica: tra i tanti cds facenti parte della sua discografia è estremamente interessante il recente North South Dial assieme all'altro violinista finlandese Ari Poutiainen, ove spicca l'ascolto di suoni sintetizzati manovrati da Pastor con un pedale. Una bravissima violinista di estrazione classica di cui jazzisticamente parlando non si hanno più notizie è Angelina Perrotta che in Zapping, gruppo di Fazio, era impegnata tra violino e viola. Si accennava prima a quegli inviti in cui saltuariamente partecipano string players per progetti destinati ad affrontare le intersezioni con la musica classica e interpretare un carattero ibrido del sentimento del jazzista: è una pratica che deriva dal passato quella di riunirli esattamente alla stessa maniera di una formazione classica partendo dai quartetti e finendo alle mini orchestre; tuttavia nel jazz ricordo anche molti orribili abbinamenti; in questi anni, nella scarsità numerica di trovare dei validi approcci improvvisativi in cui dare un peso rilevante agli archi, direi che le esperienze migliori sebbene improntate alla melodicità degli arrangiamenti siano da cercare nello String quintet di Les Amants guidato da Enrico Pieranunzi con un estemporaneo quintetto composto da Gabriele Pieranunzi e Alessandro Cervo (violini) Francesco Fiore e Angelo Cicilini (viola) Daniela Petracchi (violoncello) e l'Arkè String Project, guidato da Stefano Cantini e Rita Marcotulli e composto da Carlo Cantini e Valentino Corvino (violini), Sandro Di Paolo (viola) e Piero Salvatori (violoncello).
Tra i violisti uno dei più eclettici e convincenti è Paolo Botti, che usa il materiale jazz abbinando viola, violino e altri strumenti a corde sempre da lui suonati (mandolino, dobro, banjo) tali da consentire il raggiungimento di una cangiante atmosfera che vuol mettere in evidenza la cameralità, il jazz sconnesso delle formazioni di be-bop e le operazioni di recupero/innesto del patrimonio folk: queste caratteristiche si possono ascoltare nel quintetto di Moto Contrario o nel suo solo "Angels & ghosts"; tra gli improvvisatori aperti a relazioni interdisciplinari con teatro e arti visuali è Alessandro Librio (viola e violino), il cui stile sembra ricalcare impronte minimaliste, mentre Danilo Rossi, primo violista della Scala di Milano, ha anche affrontato una controversa operazione di riciclaggio di temi classici trasposti nell'ottica jazzistica con il Music Train Quintet, ma l'esperimento se da una parte si segnala per la bravura del violista che coniuga il cameratismo con il mainstream jazz, dall'altra sembra ancora non avere le credenziali dell'approfondimento vero.
Tra i violoncellisti c'è poca sperimentazione almeno a livello jazzistico: nella maggior parte dei casi lo stesso rientra nell'ottica dell'improvvisazione condivisa e non assume caratteristiche di predominanza a meno che non si debba uscire fuori dai canoni jazzistici: alcune riviste specializzate di jazz hanno provato a recensire interessanti registrazioni di violoncellisti concentrati sul proprio strumento, ma è duro pensare che questi possano configurarsi come operazioni jazzistiche in presenza di impianti compositivi che sono distanti dalla musica afro-americana. Almeno nel nostro paese si impone più la figura del violoncellista-autore o quella della dimensione filtrata in un collettivo: tra i progetti jazz di questo tipo più elaborati e meno scontati si ricordano quelli di Paolo Damiani, quelli del violoncellista Vito Stano nel Raf Ferrari quartet, di Andrea Rellini in "Il privilegio del mattino" e di Enrico Cocco che suona nel tributo a Caravaggio di Muntoni. Tra gli improvvisatori liberi spicca il lavoro effettuato da Francesco Guerri (vedi post a lui dedicato).

2 commenti:

  1. Ma come fate a scrivere tante idiozie? Ma se non siete neanche al corrente dei musicisti italiani......

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  2. Premesso che sono un tipo mite di natura e aperto alla critica e al miglioramento, tuttavia non sopporto le contestazioni fatte in queste modo, specie se si usano dei termini fuori luogo e lesivi della dignità senza aver elementi sufficienti e soprattutto senza aver il coraggio di spendere il proprio nome. Sarà una questione italiana, ma è innegabile che qualsiasi cosa si faccia in questo Paese si debba criticare, polemizzare anche sulle legittime idee di un individuo che cerca di far emergere competenze in una realtà che è (sotto gli occhi di tutti) "trascurata" in molte sue parti; quella frustrazione che circola negli ambienti non sarebbe meglio fosse convogliata in altro modo?. Se Anonimo avesse letto l'introduzione di questi miei articoli si sarebbe accorto che sin dall'inizio ho indicato al lettore come non avessi la pretesa di fornire una totale ed esaustiva carrellata di artisti, data la natura non giornalistica che io rivesto; però mi sarebbe piaciuto che i lettori (anche i musicisti) colmassero le mie dimenticanze con le loro segnalazioni in maniera amichevole in modo da rendere un servizio perfetto per la collettività in un mondo capillare che nemmeno la critica specializzata conosce fino in fondo. Alcuni eccellenti esclusi hanno avuto la modestia di segnalarsi ed io ho subito rimediato con articoli dedicati esclusivamente a loro. Quindi "Anonimo" perchè invece di "sparare", non dai delle motivazioni ai tuoi assunti, in modo che io possa capire dove risiedeno le idiozie di cui tu parli?

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