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domenica 8 settembre 2013

Jason Isbell: Southeastern

Il modello stilistico chitarristico inaugurato da Neil Young nelle lunghe cavalcate di Zuma oltre ad essere abbracciato dalle nuove generazioni di rockers, punkers e cantanti country americani, subì anche un processo di perfezionamento: soprattutto con alcuni movimenti svoltisi negli anni ottanta, prima che si sviluppasse tutta la depressione nel genere a stelle e strisce, la chitarra elettrica fu oggetto di un'attenta valutazione delle sue "entrate" e della sua misura nell'economia del brano (si pensi alle accortezze di un sostanzioso numero di artisti del paisley underground o a certo punk losangelino); fu così che accanto alla scrittura di testi (tra quelli che non facevano parte della banalità) vennero introdotte pause alternate ad inserimenti per lo strumento, costruite ad hoc per creare molto effetto: questa migliorata funzione della chitarra elettrica svolta nell'ambito di un adeguato e rinnovato contesto strumentale volto a stabilire un più efficiente legame tra acustico ed elettrico, fu uno dei fattori di interesse e pregio della nuova canzone country-rock e la lista dei nomi che misero in pratica questi semplici principi è lunghissima (oltre agli artisti del paisley e del punk-rock americano penso a molti brani di Steve Earle, Ryan Adams, etc.). Anzi, direi, che questo modo di suonare è diventato anche utile per poter implicitamente effettuare una scrematura tra la plateale noia udibile nella stragrande maggioranza di progetti troppo ripetitivi ed uguali al passato e coloro che per via di questo semplice ma non sempre applicato espediente riescono ad essere ancora evocativi, pur in presenza di un'oggettiva mancanza di innovazione. Al momento è l'unico modo che sembra coerente per tener viva la tradizione musicale americana e sfide di un certo tipo se ne vedono poche. L'ultima prova discografica di Jason Isbell, un cantautore dell'Alabama, proveniente da trascorsi in gruppi induriti del country come quello dei Drive by Truckers, spogliandosi un bel pò di molti orpelli e fantasmi del passato, tira fuori un disco dove apprezzare in maniera equilibrata le caratteristiche di un sound chitarristico così come lo si delineava prima: equilibrio tra acustico ed elettrico, chitarre che si aprono come porte nei momenti giusti, inserimenti di piano discreti costruiti ad hoc e itineranti e brani che filano via come treni. Con quel filo di voce roca che si spande nei momenti migliori Isbell ci proietta in temi e osservazioni su aspetti di vita controversi trattati con dinamismo verbale, in cui anche i luoghi di soggiorno temporaneo lontani dalla sua terra (il riferimento è a Stoccolma o il Galles) lo impegnano in una lotta nostalgica che mina le certezze degli American landscapes, ma la maturità musicale mi sembra incontestabile.  

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