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mercoledì 21 agosto 2013

Poche note sul jazz italiano (10° parte): clarinetto, flauto, fagotto, oboe, corno



L'affiancamento nella trattazione di questi strumenti in realtà segue un unico filo logico e cioè l'assioma spettrale che attraversa il microcosmo di questi musicisti: pur con substrati musicali diversi, clarinetti, flauti, fagotti, oboe e corni sono strumenti che sono stati nel jazz o ignobilmente trascurati o presi in considerazione solo in determinati contesti storici, offrendo per i musicisti una prospettiva poco rassicurante in termini di lavoro e costringendo (almeno in linea generale) i giovani musicisti a spostare le loro preferenze verso il territorio "classico" in virtù della possibilità (invero non meno difficile) di allocamento degli stessi nelle orchestre. Credo che questa prospettiva sia una situazione da ribaltare anche alla luce del fatto che si possono creare ancora nuovi suoni e nuove tendenze; in Italia non c'è stata la volontà di trasporre in maniera chiara la ricerca fatta in àmbito contemporaneo in favore del jazz. Non c'è una corrente, un filo conduttore di pensiero e al solito è necessaria una selezione per coniugare bravura artistica ed idee.
Riguardo al clarinetto, questo ha avuto in Italia un grande rappresentante moderno in Gabriele Mirabassi che ha diviso i suoi compiti in maniera equa nella ricerca di un suono che fosse di caratura (seguendo allo stesso tempo canali camerali classici e un certo gusto mainstream del jazz) e che evocasse il senso di una popolazione (i risvolti etnici che spaziano dal mediterraneo fino al Brasile); un perfetto sodalizio è stato quello avuto con Pieranunzi in "Racconti Mediterranei", ma è solo un esempio; a questi si può affiancare per tematiche popolari trattate il clarinettista Gabriele Coen che nei suoi recenti cds incisi per la Tzadik di Zorn (soprattutto "Yiddish melodies in jazz") sviluppa autonomamente il repertorio popolare ebraico che sul clarinetto si è fondato e Orio Odori che tra tanti progetti portati nel tempo in favore di bande, scuole ed organici, può essere ben ascoltato recentemente nelle pause poetiche dedicate a Dino Campana in "Nottecampana"; naturalmente uno dei periodi forti del clarinetto jazz fu lo swing e perciò non manca il revival in tal senso: fra tutti Alfredo Ferrario sembra ottenere più consensi; ma mentre lo swing deve necessariamente costituire un ricordo, tra i giovani polistrumentisti invece un clarinettista veramente promettente è Nico Gori (già nelle formazioni di Bollani) che in "Shadows" dà una dimostrazione di come linee e sfumature di generi diversi possano costruire un unico livello di ispirazione. Fermo restando che gran parte dei sassofonisti suona anche il clarinetto (e in tal senso basti pensare a Succi, Sartori, Luppi e altri che ho già menzionato nella puntata dedicata al sax) importanti sono i contributi di alcuni nostri specifici clarinettisti nell'ambito dell'improvvisazione libera: si ricordano Fabio Martini, componente del laboratorio di Leo Feigin nelle prove di "Circadiana", Simone Mauri, clarinettista eclettico, tra jazz, improvvisazioni e tracce di prog che può essere ascoltato nei progetti di Eskar Boldre "Da tutti i pori" e/o del batterista Ferdinando Faraò in "Eschersuite", Diego Baroni proveniente dagli esperimenti della EAOrchestra di "Likeidos" e Olivia Bignardi, forte delle esperienze con Fred Frith e Paolo Angeli, di cui aspettiamo ancora un prodotto da solista ufficiale. Un'ottima incursione di clarinettisti classici nel jazz è rappresentata da Francesco Ganassin che può essere validamente ascoltato (anche all'ocarina) in "Caravaggio" di Matteo Muntoni. 
Per ciò che concerne il flauto, al momento uno dei pochi flautisti che hanno mantenuto un elevato standard jazzistico in maniera pressochè costante, anche se rifacendosi ai modelli flautistici americani è Stefano Benini, il cui mainstream jazz può essere ben ascoltato in "Fuori Servizio", in cui tocca tutte le gradazioni del flauto, da quello alto al basso, memore anche delle tecniche eleganti di Mann e dell'ultrasoffio (canto e parlato assieme come succedeva a Sam Most e Roland Kirk); inoltre Benini è anche autore di un paio di libri specifici ed unici sul flauto jazz (anche quello italiano) a cui vi rimando segnalando la passione e la precisione storica dei libri in questione. Nel flauto il confine con la musica classica e contemporanea comincia ad essere avvertito maggiormente dai musicisti: i giovani compositori stanno ulteriormente ampliando la ricerca sulle emissioni particolari di flauti bassi, contrabbassi, fino ad arrivare agli iperbassi (uno strumento costruito da Roberto Fabriciani chiamato spesso nell'esecuzione di composizioni redatte secondo ottiche di partenza diameltramente opposte (prendete ad esempio Nicola Sani e il suo Elements e le opere pensate da Gaslini in un ottica da jazzista). Inoltre, ci sono parecchi progetti dove il flauto è inserito in una ibridazione anche intergenere: si pensi al flautista Andrea Romani nel Southern Avenue Project di Fabrizio Cecca, al Larjines di Emilio Galante, ai contributi di Sandro Cerino e Giulio Visibelli sia singolarmente che (tra i tanti) nel Dino Betti Van der Noot. In verità l'eterogeneità delle proposte spesso esula da un jazz di sostanza facendosi prendere la mano da subdole tendenze che non sono in grado nemmeno di proiettare i musicisti in forma chiara e non si capisce se questo altruismo senza focalizzazione giovi all'ambiente. Sul versante dell'improvvisazione libera invece al momento Massimo De Mattia assolutamente da ascoltare in "Black Novel" e Paolo Pascolo, impegnato nel progetto con il contrabbassista Maier e il basso clarinettista Mimo Cogliando in "Kaca, Sraka in Lev", sono probabilmente i due "diversi" caposaldi dell'improvvisazione più intransigente e sperimentale ed è da loro che il flauto jazz penso dovrà ripartire.
Per fagotto, oboe e corno inglese mancando una preparazione di base jazz è rimessa agli artisti la facoltà di sconfinare in territori jazzistici. Dopo una insistente latitanza o un approccio semplice in funzione decorativa, gli ultimi anni sembrano forieri quantomeno di avanscoperta; dati i rischi di insuccesso, i musicisti scelgono porti più sicuri o restando nell'àmbito classico oppure saltuariamente aderendo ad operazioni dove rientra anche il jazz, spesso suonato senza il bisogno di essere immortalato in una registrazione ufficiale; purtroppo gli esperimenti che si stanno facendo su un certo di tipo di jazz all'estero, rivelano la possibilità di approfondimenti inediti su questi strumenti a cui attualmente nessuno in Italia sembra ne dia importanza. Si segnala nel fagotto oltre agli interventi pseudobachiani di Rino Vernizzi nel suo Jazz quartet, quelli di Stefano Ronchi da ascoltare in Fellini dell'Harmonia Ensemble di Odori, Lucio Caliendo anche oboista che ha certamente contribuito a caratterizzare alcuni aspetti del suono di Paolo Conte, Marco Taraddei, estroverso fagottista della Giovanni Falzone Contemporary Orchestra; alternandosi anche al controfagotto nell'esperimento di "Cono di Ombre e Luci" troviamo Alessio Pisani, mentre Andrea Bressan e l'oboista Arrigo Pietrobon nel trio con Tasca di "Variazioni climatiche" possono considerarsi nuovi tentativi di approccio al jazz contrapponendo strumenti e soluzioni diverse. Il fagottista Marco La Manna condivide gli scopi di "Una frase un rigo appena" con l'oboe e corno inglese di Christian Ravaglioli in un progetto in cui compare anche una manipolazione elettronica degli strumenti.


Le puntate precedenti:

Poche note sul jazz in Italia: introduzione (prima parte)
Poche note sul jazz italiano: i sassofoni (terza parte)
Poche note sul jazz italiano: tromba (quarta parte)

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