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mercoledì 26 giugno 2013

Poche note sul jazz italiano (8° parte): batteria e percussioni



La dicotomia funzionale tra percussività pensata per sostenere l'impianto ritmico e percussività intesa a far emergere le caratteristiche sonore intrinseche dei vari elementi che la compongono, è certamente fattore che distingue il jazz delle percussioni nella sua evoluzione moderna: sulla scorta degli ultimi modelli americani di riferimento (Elvin Jones, Paul Motian, Milford Graves) le frange più avanzate dei batteristi/percussionisti hanno da tempo avvertito l'esigenza di esplorare la timbrica di un piatto, di un tamburo o rullante di sorta, etc., quando non si sono spinti ad un approccio legato a più o meno ampi riferimenti all'elettronica e al computer, ma spesso dovendo ammettere l'allontanamento dalle strade tradizionalmente battute dal jazz in tanti anni di storia. Storicamente l'Italia non ha mai avuto dei batteristi di grande rilevanza internazionale, un trend a dire il vero che si è finalmente invertito negli ultimi vent'anni e che ha spinto le nuove generazioni a cercare conforto e formazione nella vissuta audacia degli Stati Uniti: quello che si intravede oggi in Italia è una situazione in "poli" artistici, con batteristi e percussionisti con caratteristiche ben definite e dove gli sviluppi del sound percussivo suscitano comunque interesse in un mercato per altri versi asfittico: si pensi al contrasto tra la mancanza di spazi e concerti che assilla molti musicisti e le evoluzioni d'interesse che provengono dal caso di Milford Graves, inimitabile stilista della batteria free, che da molto tempo insegue (attraverso la tecnologia dei computers) le pulsazioni e i battiti cardiaci per trovare relazioni scientifiche con lo strumento, relazioni che hanno ricevuto l'avallo proprio da sperimentazioni di équipes mediche italiane. Se da una parte molti potenziali talenti hanno dovuto imboccare in maniera peccaminosa le strade della pop music italiana, dall'altra non è nemmeno estremizzando l'interesse scientifico che si può trovare, comunque, l'antidoto unico per combattere la crisi di identità che potrebbe essere risolta concentrandosi soltanto su idee e potenzialità evidenti degli strumenti: laddove la sensibilità degli artisti è andata in questo senso, spesso con predominio dell'impianto percussivo in termini quantitativi (ossia rispetto al resto della strumentazione), i risultati sono stati sempre di valore.
Nella solita tripartizione compiuta, tra i batteristi riconciliabili al jazz ritmicamente imbastito sulla disciplina del bop, mainstream, etc., annoveriamo in Italia artisti come Zeno De Rossi, il batterista onnipresente dell'etichetta El Gallo Rojo, che pone le radici in uno stile di suono controllato, quasi primordiale nella sua essenza jazz, ma che della sua apparente pigrizia fa la sua virtù; De Rossi può essere utilmente apprezzato (tra le tantissime pubblicazioni discografiche incise come session-man) in uno dei progetti a suo nome, quello di Shtik ('Me or 'Enayim). Tecnicamente ineccepibili sono Paolo Lattanzi,  che si tuffa in un hard-bop d'atmosfera nel jazz melodico ed istintivo di "Night dancers", Dario Mazzucco, hard-boppista può essere ascoltato nel suo 4tet in "Light Lunch" e Donato Stolfi, il cui dinamismo free-bop può essere avvertito nella registrazione live del progetto Noizland con il trombettista Lewis Barnes. Il drumming delicato e presente di Francesco Sotgiu nel trio di "Via del Sestante" si pone sulla scia dell'approccio ricamato e senza convergenze di Paul Motian, che influenza molto anche lo stile di Emanuele Maniscalco del quartetto di "Slow Band" aperto ad improvvisazioni più eterogenee nel riempire spazi e silenzi e meno vincolato ad una funzione ritmica precostituita. Tommaso Cappellato in possesso di un lento e personale appeal poliritmico si dipana tra il Coltrane del bop e modalismo in "Open" e l'intensità anche dissonante del quartetto di "Nesso G"; Lorenzo Tucci si presenta come una perfetta calibratura tra Art Blakey e Tony Williams e può essere ascoltato in "Tranety". Tra i giovanissimi Alessandro Paternesi sta riscuotendo i maggiori consensi (1).
Nel comparto più legato al free jazz e alla free improvisation vantiamo forse le personalità più riconosciute internazionalmente: innanzitutto l'attivo Tiziano Tononi che attraverso collaborazioni importanti sia con big esteri che italiani si è ritagliato il posto di capofila del batterismo free in Italia; poi uno spazio considerevole va attribuito anche a Michele Rabbia, sensibilità percussiva eclettica costruita su una miriadi di piccoli oggetti (bacchette, pelli, campanelle, sonagli, etc. che hanno impreziosito le improvvisazioni di Stefano Battaglia e Antonello Salis): Michele ha anche recentemente pubblicato un interessante "solo" intriso di elementi moderni di raccordo (tra cui anche la multimedialità), si tratta di "Dokumenta  Sonum" per la Cam Jazz; del pari eclettismo sonoro ma decisamente riversato su altre coordinate è il drumming di Stefano Giust, immerso anche nelle logiche dell'elettronica, del minimalismo sonoro e dell'improvvisazione senza regole (2). Pieno riconoscimento è tributato anche al percussionismo libero di Fabrizio Spera, che può essere utilmente ascoltato nel notevole quartetto di "Weightless - A Brush with dignity" con John Butcher, John Edwards e Alberto Braida; poi ancora indispensabili sono i due volumi di "sculture" per solo batteria e percussioni di Roberto Dani, "Drama" e "Lontano", il percussionismo elegante di Giacomo Mongelli, che si inserisce nelle consuete forme improvvisative libere del quartetto free-bop di "Suite24" e le ignote figure del buon Marcello Magliocchi, figlio delle esperienze free jazz di Oxley e Bennink, che può essere ufficialmente ascoltato nella raccolta di "Experience 1979-2002".  il terreno elettro-acustico con tanto di improvvisazione libera permea il percussionismo di Cristiano Calcagnile, batterista atipico che può ben rinvenirsi nelle registrazioni finlandesi del trio Chant in "Ma Io ch'in questa lingua"; il percussionista siciliano, Francesco Cusa, nell'originale ed inquietante progetto tra il dissacratorio e il cinematografico di Skrunch -"Psicopatologia del serial killer"- presenta un free drumming potente con molti allacci batteristici e compositivi che si rifanno al nonsense dei gruppi di Zappa.
Per ciò che concerne la percussività etnica anche fusa nello spirito jazzistico, essa dopo aver sperimentato un periodo profondamente positivo in cui veniva risaltata grazie alle fragranze pan-etniche dei gruppi di Actis Dato (in un suo quartetto spiccava il drumming dai profumi world di Fiorenzo Sordini) e alle operazioni di incrocio di alcune formazioni di Tullio De Piscopo (in verità quelle legate all'epico incontro tra negritudine jazz e sapore napoletano fatta con l'entourage di Pino Daniele), sembra oggi terreno di scarso confronto. In verità un percussionista italiano attivo anche su questo versante e che ci siamo fatti scappare tanto tempo fa è Andrea Centazzo, ma ormai la sua lunga residenza americana non ammette ripensamenti (3). 



(1)  vedi la mia analisi nella recensione fatta per l'esordio del suo P.O.V. Quintet
(2) vedi a questo link un profilo del musicista che ho scritto in occasione della pubblicazione discografica di un suo progetto, i Transition.
(3)  di Andrea su questo blog se ne parla parecchio; tra tante un suo breve profilo a questo link.



Le puntate precedenti:

Poche note sul jazz in Italia: introduzione (prima parte)
Poche note sul jazz italiano: i sassofoni (terza parte)
Poche note sul jazz italiano: tromba (quarta parte)


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