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sabato 15 giugno 2013

Naked Truth: Ouroboros

Molti oggi rincorrono i fantasmi del Davis elettrico, quello di cui nessuno sembra poter fare a meno e gli adepti sono molti e con ramificazioni incrociate con altre branchie musicali. Se è vero che nella sostanza è sempre più difficile pensare a nuovi stratagemmi per inventare nuove modificazioni di qualcosa che ha illuminato il jazz più di quarant'anni fa, è anche vero che è possibile creare con intelligenza e gusto qualcosa che può aver valore a prescindere dall'età anagrafica grazie ad un'attenta selezione (che spazia in tutta la geografia mondiale) dei partecipanti; in Inghilterra, nel 2008 il chitarrista e produttore italiano Eraldo Bernocchi assieme a Giacomo Bruzzo crearono una piccola etichetta discografica, la RareNoiseRecords, con lo scopo di insidiare i segmenti trasversali dei generi musicali non colti, con l'obiettivo di creare un prodotto che si costruisce attraverso collaborazioni dirette o anche a distanza in cui i progetti, grazie a tecnologie meno dispendiose, vengono migliorati in fase di post-produzione. La band dei Naked Truth è nata quindi sotto questi auspici grazie all'interessamento primario del bassista Lorenzo Feliciati*, che è riuscito a creare un supergruppo invitando Pat Mastellotto (per lungo tempo batterista dei King Crimson), Roy Powell alle tastiere, alternando alla tromba Cuong Vu e Graham Haynes. "Ouroboros" segue a breve distanza l'esordio di "Shizaru" e rivela un suono composito che è probabilmente la summa dei singoli stili dei musicisti: con una sezione ritmica possente e Haynes che soffia alla maniera di Miles Davis, "Ouroboros" vince quella mia cognizione che vede (in questi generi) brani buoni per non più di due/tre in un album, e presenta invece più omogeneità con molti passaggi avvincenti, seri, in tipico stile jazz-rock o prog in cui è possibile scorgere spezie di inserzioni ambientali o robustezze al limite della durezza hard, ma prestati con molta intelligenza e spirito jazz improvvisativo, molto ben assemblati e senza nessuna prevaricazione di singoli strumenti (così come nelle idee di Feliciati) che rivelano una congiunzione tra il Miles Davis di "Bitches Brew" (e dintorni) e l'elettronica jazz di Arve Henriksen e Nils Petter Molvaer. 


*di questo avvenente bassista diviso tra l'Italia e gli Stati Uniti, si ricordano le collaborazioni con Joel Harrison (vedi su questo blog la mia recensione Holy Abiss

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