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mercoledì 8 maggio 2013

Tre raggruppamenti italiani alla Leo Records


Arrigo Cappelletti Quintet: Hot Music

ImageAlla fine degli anni sessanta tra i pianisti che dettavano uno stile vi erano personaggi come Bill Evans, McCoy Tyner o anche l'acerbo Keith Jarrett, ma ve ne era uno sulla cresta dell'onda, di cui il tempo stranamente ha sbiadito il ricordo: Paul Bley era pianista di sintesi, che pur muovendosi nell'àmbito di un formale free jazz era ancora molto rispettoso della tradizione e soprattutto della melodia. Ne veniva fuori un ibrido in chiaroscuro, un pianismo che era l'opposto dell'esplosività di Evans, Tyner o Jarrett dopo, in cui ne guadagnava la riflessione, la liricità oltre che l'impianto melodico della musica; Arrigo Cappelletti ha costruito una carriera sulle sue teorie, cercando di dare la sua caratterizzazione da "latino" (ad un certo punto infatuandosi del tango e del fado portoghese) e da "italiano" (accentuando i risvolti melodici); al terzo album per l'etichetta di Leo Feigin, Cappelletti stavolta privilegia la formazione in quintetto di "Hot music" in cui accanto a lui spicca l'ottimo affiatamento tra le due liriche figure ai fiati (Giulio Martino ai sassofoni, Sergio Orlandi alla tromba) e la sezione ritmica di nordici che, come sempre, suona più vicina alle pensose operazioni Ecm-style di Gary Peacock e Paul Motian (Adrian Myhr al cb e Tore Sandbakken alla bt); "Hot music" è un tuffo nella più confortevole delle tradizioni jazz e dimostra che è ancora possibile tirar fuori improvvisazioni ispirate, strumentisti che sanno essere degli ottimi intrusi quando viene il loro turno, in possesso di quell'orizzonte espressivo e di quell'ordinata sincope riflessiva che specie nel jazz americano odierno viene sacrificata in favore di un potente e veloce slancio nell'articolazione delle note e degli assoli.


ImageScoolptures: Please drive-by carefully



Negli ultimi anni alcuni jazzisti si stanno impegnando in una particolare scelta artistica che privilegia comportamenti alquanto desueti dalla normalità: suonare in stanze adiacenti in modo da non potersi vedere, ricostruire con l'ausilio di software specifici suoni estemporanei oppure costruire nuovi metodi di improvvisazione basati su notazioni grafiche opportunamente codificate. Su questi elementi si basa proprio il progetto del gruppo Scoolptures, una creazione di quattro musicisti eclettici corrispondenti a Nicola Negrini (contrabbasso) Achille Succi (sax alto, clarinetto basso e shakuhachi), Philippe Garcia (batteria) e Antonio Della Marina (sinewaves): "Please drive-by carefully" è già il terzo progetto del gruppo che affina lo spessore creativo delle prerogative già indicate negli episodi precedenti; i quattro utilizzano percorsi incrociati che riproducono l'attività dei partecipanti a due livelli: da una parte l'interazione con l'elettronica live, dall'altra il sistema utilmente seguìto per suonare: riguardo a quest'ultimo essi parlano di processo di composizione istantanea che segue la logica dei graffiti metropolitani di Banksy: vengono estratti otto pensieri che accompagnano i suoi disegni, i quali vengono opportunamente frammentati in brani musicali in modo da creare una struttura improvvisativa con un suo ordine, e dove, attraverso dei codici comportamentali (suoni in un linguaggio Morse, sovrapposizioni, singole evidenziature degli strumenti) si inseriscono le "insonorizzazioni" ricercate degli strumentisti. Inutile dire che la parte del leone è affidata alla bravura di Succi, una certezza del jazz italiano, che si accolla l'onere di sistemare tutti i collegamenti tramite tutta una serie di continue sfaccettature di suoni che vanno da veloci scale estemporanee a  spezzoni di note intelaiate con opportuni loop di elettronica. "Please drive-by carefully" possiede un tratto formale veramente speciale, è un lavoro fatto da quattro musicisti che sembrano aver interiorizzato la delirante satira degli epigrammi del graffitista inglese, fatto di un paradossale ed oscuro portamento musicale che riesce splendidamente ad accompagnarvi nei messaggi enigmatici  delle vie delle nostre città, facendovi conoscere il pensiero di coloro che vi abitano.   


ImageSwedish Mobilia + Luca Aquino: Did you hear something?

In una ricomposizione dei veri valori della musica spesso alcuni ne escono con le ossa rotte, specie quando pizzicati dalla critica specializzata: gli Swedish Mobilia, trio composto da Andrea Bolzoni (chitarre), Dario Miranda (basso el.) e Daniele Frati (bt e perc), fanno parte delle frange più sottovalutate del jazz e d'altronde non sembra essere possibile un'altra percezione quando si fa riferimento sbrigativamente ad impostazioni musicali predefinite; in questo terzo episodio discografico per la Leo, in cui i tre musicisti vengono accompagnati dalla tromba di Luca Aquino, si conferma come l'asticella debba essere posta più in alto; "Did you hear something?", stavolta e in aggiunta, non ripropone quella solita faccenda di emulazione ai gruppi di improvvisazione rock-jazz pseudo Frith-iani (per via soprattutto di un particolare avvicinamento stilistico del chitarrista Bolzoni), ma unisce un lirismo (proveniente dalle escursioni di Aquino), molto vicino alla sensibilità post-world di Hassell, che crea un'ottimo contrasto tra le due anime musicali. L'originalità del gruppo non si trova solo in questi elementi: il viaggio musicale proposto viene arricchito da molta elettronica di intersezione, e il risultato finale, alla fine, ci restituisce qualcosa che sullo sfondo di una torbida presa di posizione del live electronics si intrufola su sentieri di libera pratica improvvisativa tutti da scoprire.


3 commenti:

  1. Vogliate per cortesia correggere il mio nome nell'articolo sul quartetto Scoolptures. Antonio Della Marina, non della marTina in entrambe le versioni (ita e ing).

    Grazie

    ADM

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  2. Perdonami Antonio dell'errore ortografico e grazie a te per aver letto la recensione.

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  3. Ciao Ettore, figurati, l'errore non è tuo ma della stessa Leo che sul sito ha scritto sbagliato. Solo che loro sono molto più lenti a correggere :)
    grazie per la recensione a nome di tutto il quartetto.

    ADM

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