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giovedì 23 maggio 2013

Poche note sul jazz italiano (7° parte): contrabbasso e basso



In questa puntata si tratta dei contrabbassisti a cui, per vicinanza osmotica, aggiungo qualche nome sui bassisti. Per quel che concerne l'Italia, la generazione venuta alla ribalta negli anni settanta sulla scia dei cambiamenti intervenuti sugli strumenti, è ancora piuttosto viva, e nonostante un'inevitabile omogeneità della proposta sembra aderire alle nuove istanze che la musica impone protesa verso le estensioni dell'acustica e dell'elettronica: negli ultimi quindici anni per il contrabbasso, strumento normalmente ritenuto  da molti musicisti frustrante per via della sua grandezza e della presunta stentorea incapacità di farsi sentire negli organici, è maturata di fianco a quella generazione post-sessanta una successiva che ha immediatamente allargato il raggio d'azione e raccolto le sfide che impegnavano i nostri musicisti verso operazioni di più ampia portata, che mettessero in relazione il jazz con la contemporaneità; l'esperienza estera di molti contrabbassisti ed un più proficuo approfondimento svolto nelle scuole di musica italiane, ha contribuito non solo alla rivalutazione del contrabbasso come indispensabile strumento "secondario" di accompagnamento, ma soprattutto ha spinto i musicisti ad esplorarlo fisicamente per accrescere le sue potenzialità acustiche e trovare suoni significativi entro la schermatura misteriosa delle corde, con iniziative tese a renderlo protagonista. Chiaramente affrontare questo processo di ricerca sullo strumento significava andare contro corrente, perciò i più convinti contrabbassisti hanno dovuto creare apposite etichette discografiche di proprietà per sviluppare le loro idee. Tuttavia una cosa è bene precisare e che costituisce un'evidente caratterizzazione tutta italiana, è che a differenza di altri paesi europei in cui il jazz più radicale ha trovato una forte connotazione, da noi questo processo sembra molto più smorzato: anche quando si affrontano percorsi solitari di ricerca, si comprende come i contrabbassisti italiani più temerari stiano cercando di avventurarsi in percorsi di "sovraesposizione" del contrabbasso, dove il musicista cerca di sviluppare il suo linguaggio guardando dentro e fuori da esso, filtrando nella maniera più conveniente e armonicamente possibile, gli stridori e le radicalizzazioni che spesso sono la regola dei loro partners europei o statunitensi, è un percorso sull'ottimizzazione dei suoni che incorpora la volontà di dargli un'autonomia basata sulle inflessioni scaturenti dai suoni stessi, ove la capacità di dialogo è solo un aspetto dell'espressione, trovando risultati convincenti anche nelle aggregazioni dove di solito la funzione del contrabbasso è spesso ritmica: le sonorità riflessive e contemporaneamente bizzarre dei contrabbassisti della El Gallo Rojo ne sono una riprova.
Rispettando le solite divisioni (mainstream/post-bop, free jazz ed etnico) si è cercato (qualora questo sia stato possibile) di privilegiare le esperienze solistiche, poichè queste offrono un quadro più nitido dello stile e delle esigenze espressive del contrabbassista; inoltre va notato come per i musicisti con una veste stilistica più tradizionale, si è sviluppato quell'influsso mediterraneo o latino che è parte integrante delle loro improvvisazioni (si pensi alle evidenti tracce plurime che molti di loro hanno lasciato nelle registrazioni effettuate per l'Egea R., etichetta proverbialmente "indirizzata" anche a quello scopo).
Tra coloro che appartengono alla generazione post-sessanta di cui si parlava prima, abbiamo musicisti ancora in possesso di una efficace vena improvvisativa nel solco delle influenze di Scott La Faro, Gary Peacock o Charlie Haden e con un accertato ragguaglio internazionale: Furio Di Castri, vitale e melodico in tante belle collaborazioni con Taylor, Fresu e Salis, può essere ben ascoltato in una rinnovata veste in "L'esigenza di andare verso il basso", un rappresentativo live solo registrato con alcuni effetti di elettronica e oggetti sonori; Paolino Dalla Porta, raffinato interprete di un approccio diviso tra improvvisazione jazz e istinti latini, tra le tante incisioni può temporalmente esemplificarsi negli ascolti di "Isole" (con McCandless e Bebo Ferra) o "Il bagno turco" (trio con Petrella e Sferra); Enzo Pietropaoli, sorvola in solitudine gli ampi spazi di reinterpretazione del materiale esistente nella musica, dal pop al rock, dallo standard jazz alla composizione classica, servendosi del linguaggio proprio del suo strumento e di qualche loop vocale e strumentale in "Nota di basso"; Paolo Damiani, inizialmente improvvisatore nell'entourage di Trovesi e l'Italian Instabile Orchestra, mostra molte diramazioni stilistiche, tra le quali quelle più recenti lo vedono più impegnato nelle relazioni narrative sviluppate da un'ascolto "archittetonico" della musica legato agli spazi fisici ove essa viene suonata, così come subdolamente espresso nel quartetto di "Mediana"; Rosario Bonaccorso, nel quartetto di "Travel Notes" rimette assieme con propria sensibilità di evocazione le imprese vecchie e nuove del jazz; Ares Tavolazzi non ha mai realizzato un lavoro solista ma il suo contrabbasso straordinariamente elegante è indispensabile per ottenere l'eccellente risultato swing dei "Concerti" di Paolo Conte; Roberto Bonati, factotum del ParmaJazz Frontiere e contrabbassista di alcune formazioni di Gaslini e Trovesi, realizza in "Silent Voices" il suo mainstream trasognato (quartetto con Battaglia, Luppi e Moreno).
Spostandoci stilisticamente con gradualità progressiva verso i territori del free, si possono enucleare valenti maestri ed allievi in compresenza: Enrico Fazio, improvvisatore jazz tra Mingus e parecchie divergenze verso un certo tipo di rock (Zappa e prog), compositore e progettista di ensemble a più di cinque elementi, può essere ascoltato bene nel 7-tet di "Zapping!" e "Live in Milano: Villa Litta"; una grande professionalità invade il percorso al contrabbasso di Giovanni Maier, già in possesso di nutrita discografia, che si distingue per il suono profondo, riallacciato parzialmente alla cantabilità pop di Haden, ma che grazie ad inserzioni di archetto classico, blues ed ispirazioni free dimostra di avere un ventaglio di soluzioni non comune; molto attivo nei duetti (splendide collaborazioni con Cecchetto, Lodati, Rossi, Mazzon, Rabbia, etc.) ha fondato una propria label, la Palomar Records e recentemente si è imposto per la capacità di essere ugualmente espressivo anche nelle aggregazioni così come risulta dall'emblematico titolo di "The talking bass"; poi c'è tutta la pattuglia dei contrabbassisti di El Gallo Rojo: il fondatore, il mingusiano ritmico ascendente di Danilo Gallo, che può essere ben ascoltato nella formazione Zwei Mal Drei di "We hope we understand"; Stefano Senni, nella Soul Bass di "Psychocandy", in bilico tra sperimentazione newyorchese e fusioni adamantine; Giulio Corini, basso ora sospeso e glaciale ora pensante e discorsivo da apprezzare in "Libero Motu" (trio con Bigoni e Bandello); il validissimo approccio di Salvatore Maiore, improvvisatore libero che può essere ascoltato in "Pequenas Flores do Inferno" (duo con Succi); ancora Antonio Borghini, influenzato da Barry Guy e Bailey, che può validamente essere ascoltato in "Malebranche: Six Dances Under" (ancora per etichetta El Gallo Rojo), con un ensemble dedito a composizioni ispirate alle nuove connessioni tra danza, coreografia ed improvvisazione. Con Borghini si compie un ulteriore passo di avvicinamento a quei contrabbassisti che sono in relazione con la musica classica e in specie in quelle tra il jazz e la contemporanea: al riguardo impossibile non segnalare Silvia Bolognesi, creatrice della propria label Fonterossa Records, che sia nel disco con Mateen "Holydays in Siena" sia con il trio d'archi con le americane Tomeka Reid (violoncello) e Mazz Swift (violino) di "Hear in now", dimostra un'attività creativa vicino al consunto spiritual style di William Parker; poi, Giorgio Dini, fondatore della Silta R, contrabbassista diviso tra l'impianto stilistico di Gary Peacock e la composizione di Sciarrino, Bussotti e Xenakis, può essere ascoltato esemplificativamente nel duo con Borah Bergman in "One more time", dove, in un dialogo alla ricerca di momenti particolari, Dini offre una giusta soluzione alla sua ricerca, con note astrattamente centellinate;  Adriano Orrù in "Hesperos" libera la sua immaginazione attraverso splendide simulazioni sonore di temi o soggetti dove il riferimento testuale (che sta per morning star) vuole indicare la nascita di una nuova risorsa (un nuovo pensiero di gusto "seriamente" new age) da applicare creativamente al contrabbasso che in questo caso si avvale anche di minuteria oggettistica (biglie, battenti, molle, etc.); Luca Pissavini, musicista e pittore astratto, amante dell'elettronica e dell'acusmatica, può essere ben rappresentato da "Metastanze" dove, grazie anche ad una preparazione dello strumento ed alcuni live electronics, filtra nel suono non convenzionale del contrabbasso temi che si dilatano nella cornice solitaria di una stanza che diventa "universale".
Molto più difficile nell'àmbito dei bassisti, trovare musicisti che non siano estreme filiazioni dei giganti del passato: qui il campo di osservazione è troppo vasto e coinvolge altri generi che solo marginalmente possono ricollegarsi al jazz; per il basso (elettrico e fretless) i più accreditati sono comunque divisi tra quella bipartizione storica che vede alcuni di loro usare il basso nella vecchia relazione ritmica e gli sperimentatori che si avvalgono anche di loops e giri di elettronica: tra i primi segnalarei Maurizio Rolli che in "Archivi Sonori" costruisce un originale percorso di connessione con i modelli stilistici del jazz elettrico; l'esuberanza di Lorenzo Feliciati, bassista di una personale sensibilità che sta Marcus Miller e Miroslav Vitous, con collaborazioni importanti (come quella effettuata con Joel Harrison)(1) e che può essere ascoltato in "Frequent Flyer"; Dario Deidda, il cui "3 From the ghetto" fornisce un bassista dall'idioma jazz di un Pastorious meno disincantato, ma con un più ampia formula di sensibilità etno-pop; tra i secondi (sperimentatori) i più validi sono senza dubbio, Daniele Camarda (a cui ho già dedicato una recensione/profilo (2)), un'intersezione sonora tra Occidente ed Oriente che può essere ascoltato in "Sound Act" e Luca Cartolari, che tra i molti progetti, può validamente esemplificarsi in quelli tra jazz di avanguardia e rock progressivo di Margine (con Giust, A. Cartolari e De Piaggi in "Orwell+15"), e quelli di Anatrofobia e EASilence, dove la contaminazione tra jazz-rock intellettuale, elettronica e gestione del silenzio trova i suoi modelli rispettivamente in "Brevi momenti di presenza" e "Cono di ombra e luce".

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