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giovedì 30 maggio 2013

Il rock a caselle di David Grubbs


Non sempre il virtuosismo è la linea guida per poter distinguere un chitarrista dall'altro, spesso un ascolto attento di una chitarra composita ma non virtuosa può rivelarsi altrettanto affascinante: è questo il caso di David Grubbs, ormai una vecchia conoscenza della scena post-rock americana, artista che pian piano ha accumulato una degna statura con un largo consenso che attualmente lo pone come uno degli iniziatori (e direi anche continuatori) della scena rock degli ultimi trent'anni: attraverso vari gruppi (Squirrel Bait, Bitch Magnet, Bastro, Gastro del Sol), collaborazioni (tra le quali spicca quella con O'Rourke con cui spesso divide la palma del migliore tra la critica specializzata) e con una carriera solistica molto valida, Grubbs è diventato uno di quei chitarristi poco appariscenti, a cui un neofita non darebbe una lira per metterlo nella sua bacheca dei preferiti, ma che funziona a meraviglia, eccome funziona. La particolarità del chitarrista dell'area di Chicago è quella di aver saputo costruire una sorta di patchwork sonoro dove echi di vario riferimento stilistico del passato si uniscono allo scopo di far percepire la musica proprio come un componimento (ma senza nessun riferimento specifico alla musica classica); venuto alla ribalta alla fine degli ottanta quando il rock si stava inevitabilmente indurendo, Grubbs col tempo ne ha smussato le angolature ed ha cercato di orientare la sua chitarra nell'ampio ventaglio di soluzioni che si stavano aprendo grazie alla ricerca e alla sperimentazione, mettendo la sua chitarra di traverso e a disposizione di quell'impostazione che tendeva ad ottenere un "tutto" come somma delle parti: prendendo in considerazioni strade vecchie e nuove della musica rock egli tracciava un sentiero personale nell'elaborazione degli elementi e delle note in cui fosse possibile rintracciare il sound chitarristico di un Neil Young alla Zuma, alcuni accenni delle estasi psichedeliche che molto sommessamente rimandano all'era dei Doors e dei trips, i silenzi artistici di Cage, gli esperimenti della prima elettronica seria, la rassegnata disperazione di un Tom Verlaine, un canto diafano che si confonde tra la vocalità quasi senza toni di Syd Barret e l'orientamento più rilassato di uno Steve Wynn (Dream Syndicate), un complice a portata di mano (lo slowcore strumentale) e molti segnali di depistaggio del  suo lavoro ottenuti grazie a quella graduale propensione verso l'improvvisazione jazz emersa in più riprese, con batterie o sax che emergono in stile free durante la "normalità" del brano. Ma da tutta questa brillante formazione (Grubbs è anche un professore di composizione) quello che ne risulta non è una complicata matassa da sbrogliare, bensì un modo efficace per avvicinare la sua musica ad un paio di fondamentali aggettivi della nostra vita: trascendente e amaro; se si scoprono queste caratteristiche la musica di Grubbs ha uno spessore notevole, poichè qui non troviamo eccessi, il tutto è calibrato a meraviglia, funzionale a resistere nel tempo e soprattutto perfettamente in grado di esprimere quelle sensazioni. E' noto come Grubbs abbia impostato la sua carriera solistica in registrazioni più incentrate sulla canzone con forme brevi e su un più misurato tocco chitarristico ("The thicket" o "Ricket and Scurvy") ed altre più sbilanciate sul versante strumentale ("Spectrum Between" o "Optimist notes the dusk"): "Plain where palace stood" appartiene alla seconda categoria e non ha molto da sfigurare rispetto ai suoi predecessori.


Discografia consigliata (solo solista):
-The thicket, Drag City 1998
-Spectrum Between, 2000
-Optimist notes the dusk, Drag City 2008

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