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sabato 11 maggio 2013

Idealisti e possibilisti della risonanza


Una delle frontiere più affascinanti che compositori e musicisti stanno prendendo in considerazione è quella dell'evoluzione degli strumenti: dopo l'avvento di Cage in cui prese piede l'usanza di utilizzare oggetti o tecniche per cavare nuove sonorità, il problema recentemente si è spostato all'utilizzo dell'elettronica applicata (modificatori di suono, pedaliere, etc.) che ne ha in parte confuso i connotati. Questo che andrò a dire vale per il pianoforte, ma con le dovute differenze, il ragionamento si può estendere a tutti gli strumenti; in sostanza oggi ci troviamo di fronte a due non formali fazioni, da una parte con "idealisti" del piano e dall'altra con "possibilisti" dello stesso: nei primi è forte il convincimento che vada rispettato l'indole del piano, che è quella che è stata introdotta nella costruzione dello stesso: possono cambiare i metodi per suonarlo, possono anche essere esplorati gli interni alla ricerca di risonanze, introdurre degli oggetti o modificare le impostazioni tonali, ma è qui che bisogna fermarsi per poter attribuire al piano una sua identità, ben riconoscibile nel suo funzionamento tasti-martelletti-corde, e che deve racchiudere un'entità storica; nei "possibilisti" invece si percorre un processo di "espansione" del pianoforte che lo vede a contatto con nuovi marchingegni che tendono ad ottenere suoni completamente diversi da quelli di un piano, e che producono quindi una modificazione "genetica" all'ascolto che ci fa pensare di essere di fronte a qualcos'altro, a risoluzioni sonore appartenenti a derivazioni di strumenti di altra famiglia: in questo modo si perde per sempre quell'identità storica che abbiamo riconosciuto ed apprezzato. Anzi, tenendo conto di un eventuale allargamento delle soluzioni sperimentabili, saremmo in dovere di pensare ad accorpamento delle tipologie di suono ricavabili e conseguentemente ad una riclassificazione dello strumento in base a tali elementi, facendo molta attenzione a non chiamare più "pianoforte" quello sentiamo. In verità, molti hanno bypassato questo problema partendo dal presupposto dell'elettronica e formando un corpo normativo che prendesse spunto dall'evoluzione del settore, ma quando restiamo nell'àmbito delle forme acustiche è difficile non palesare un cambio di direzione.
La Innova Records ha recentemente pubblicato (direi manco a farla apposta, quasi contemporaneamente) due ottimi dischi di prevalente piano in cui si nota la delineata situazione: si tratta della pianista Jeri-Mae G. Astolfi di "Here (and there)" che ripropone un caso del primo tipo e del compositore Andrew McPherson di "Secrets of Antikythera", che ripropone uno del secondo; mentre Astolfi, prendendo in esame una serie di splendide composizioni quasi totalmente sconosciute di compositori americani, sfrutta la risonanza "naturale" del piano, quella storicamente accertata da clusters, pedali tradizionali, uso di oggettistica in modalità microtonale, elettronica di affiancamento, McPherson dà dimostrazione delle sue teorie attraverso un piano di sua costruzione,  il Magnetic Resonator Piano (MRP), ossia un piano al cui interno sono stati inseriti per ciascuno degli 88 tasti del piano degli elettromagneti in grado di accentuare enormemente le risonanze delle note; il pianista comunque fa scattare i meccanismi semplicemente sfiorando i tasti e può scegliere le vibrazioni da assegnare; spesso tastiera principale del piano ed elettromagneti sono collegati da una tastiera più piccola posta in cima al piano. 
Sebbene McPherson abbia fatto di tutto per giustificare le qualità acustiche vergini della sua scoperta ed abbia iniziato a sperimentare l'MRP con molta parsimonia nelle sue composizioni (l'effetto compare e scompare dando però largo spazio al suono tradizionale dello strumento), qualora il pianista cerchi un più evidente effetto di risonanza il risultato finale sembra quasi voler somigliare ad un organo a canne (somigliante ma dotato di una propria autonomia). McPherson, professore ed engineer all'Università di Londra, rivendica l'utilità della sua creazione, facendo notare che la manipolazione acustica delle proprietà fisiche del piano gli consente di evitare altri apparecchi di risonanza o amplificazioni di sorta e soprattutto consente al pianista una modulazione sonora tipica di chi suona ad esempio il violino, mantenendo la polifonia naturale del piano grazie ad un sensore posto sulla tastiera. 

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