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lunedì 6 maggio 2013

Bruno Sanfilippo e le textures pianistiche



La ricerca di benessere spirituale non è certo una novità nella musica, anzi per molti musicisti ne è stato lo scopo se non anche il punto di arrivo; tante le fonti su cui basarsi, tra le quali però un posto importante se lo sono guadagnati coloro che subdolamente hanno affrontato il problema cercando un afflato contemplativo partendo dal concetto di risonanza. E' noto come il romanticismo ha azionato il motore di questa ricerca tra i suoni: prendendo in considerazione solo il pianoforte, di fatto tutta la letteratura romantica si costruì su variazioni di intensità che erano provocate non solo dalla forza di polsi e dita dei pianisti, ma anche dall'uso dei pedali; con il passaggio al novecento questi semplici mezzi sembravano già non più bastare e questo è chiaro non appena si pensi all'imponenza dei clusters pianistici di Cowell e dei post-modernisti americani o alle sfumature delle variazioni figurative di Scriabin o Debussy che prospettavano composizioni basate anche sulla necessità di riconoscere e configurare gradazioni di colore diverso in rapporto alla "tessitura" della musica; la risonanza divenne pietra angolare per pianisti come Satie che ne avevano compreso la portata ambigua indicando un percorso a due alternative: da una parte un evidente rincorsa nella ricerca di cristalizzazioni musicali che dessero un significato a sentimenti come la nostalgia o il ricordo*, dall'altra quella sorta di rivestimento (ameublement) della musica data dall'invariabilità delle strutture. Storicamente è risaputo che Satie non era particolarmente gradito all'intelligenza musicale del suo tempo, la quale non gradiva situazioni che presumibilmente potevano rivelarsi effimere, tant'è che il francese fu ripreso in considerazione solo circa 70 anni dopo grazie all'avvento di pianisti consequenziali come Harold Budd (nell'àmbito di un più ampia riscoperta fatta dal genere ambient) e quelli new age (che ne condividevano però anche l'aspetto del rilassamento); da lì è partita una generosa "inflazione" di quei suoni fatto di poche note, ridondanti, che ha coinvolto in larga scala le nuove generazioni di musicisti, specie europei, che hanno riconsegnato a popolarità un tessuto musicale che in fin dei conti mostrava uno status evocativo piuttosto consistente. In maniera parallela si è quindi formata una schiera impressionante di pianisti devoti a questo riciclaggio, nella quale è veramente arduo trovare (aldilà del fattore originalità) delle dinamiche sonore che restino impresse nella nostra esperienza di ascoltatori: sono pochi i pianisti che riescono a dare "peso" allo strumento, scavando nelle sue profondità armoniche, nella capacità di creare mirabili risonanze (anche di contrasto a tocchi di elettronica estemporanea) e soprattutto nella capacità di creare soluzioni. Tra coloro che hanno affrontato bene il problema vi rientra sicuramente l'argentino Bruno Sanfilippo, un musicista anomalo per il piano se preso in riferimento alla sua provenienza dal campo dell'elettronica e dei synths: Sanfilippo, infatti, di fianco ad un interessamento primario per l'elettronica di stampo ambientale e la musica concreta, ha avuto il coraggio e la voglia di misurarsi sull'argomento, componendo una triade di registrazioni come modulazioni di "textures" al pianoforte (oggi i tre volumi sono racchiusi anche in un'unica raccolta), alcuni con droni di accompagnamento, altri molto semplicemente senza (come succede nel terzo episodio pubblicato qualche mese fa). 
"Texture 3" è il voluto inganno reso nella terminologia musicale per cui non si è di fronte a spinti modelli di complessità strumentale, poichè esso vuole mostrare l'innalzamento del livello "emotivo" delle costruzioni armoniche al piano: si tratta di una ricerca "purissima" di soluzioni in cui il quid deve passare da una efficacissima registrazione in cui tutte le note e tutte le pause devono essere portate al massimo grado di evidenziazione per rendere; se è vero che "Texture 3" quindi risolve ampiamente il problema di ottemperare all'esigenza di costruire qualcosa che sia di conforto generalizzato, è anche vero che i suoi sforzi in tal senso si stanno canalizzando in qualcosa che è estraneo alla pura generalizzazione, che possa seguire il suo senso di approccio alla materia; ed in tal senso vi invito ad ampliare l'ascolto delle tre "Textures" con un altro paio di registrazioni che Bruno ha effettuato con netlabels: mi riferisco a "Piano Texture Found" per Laverna in cui sotto presunte spoglie di brani bozza si sente tutto il sentimento potenziale dell'artista, e a i tre brani di "Impromptu" pubblicati liberamente su Bandcamp; quella di Sanfilippo è una visuale che timidamente si porta dentro i privilegi sviluppati nella concreta allorchè si serve di elementi "naturali" (il cinguettio degli uccelli sembra essere un leit-motiv piuttosto frequente recentemente, specie se si pensa alle belle estremizzazioni di "Bioma") o di infiltrazioni elettroniche da rumore bianco; in questo modo, smussando gli echi convenzionali di piano e cello, io penso che non passerà molto tempo che Bruno riuscirà a tirar fuori il suo capolavoro nell'àmbito di questo moderno pianismo con tante parentele neoclassiche. Con il cuore c'è già!

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