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domenica 28 aprile 2013

Scampoli di canto e società


La pop-song migliore del 2012 fu senza dubbio "Video Games" di Lana del Rey: un brano magnetico che aveva parecchie frecce al suo arco anche considerando fattori non strettamente musicali; "Video Games" si presentava come una penosa confessione del mondo giovanile odierno, dove la protagonista della canzone intrattiene una storia sentimentale con un ragazzo amante dei videogiochi ed è terribilmente distratto da un'etichetta comportamentale che la ragazza ha accettato passivamente. In questo splendido brano autobiografico (particolarmente riuscito rispetto a tanto grigiore residuo dell'artista), è condensato probabilmente l'umore delle recenti generazioni: il sottofondo musicale è al limite di una drammaticità controllata che sembra far rivivere le situazioni quasi in maniera virtuale; in verità questi umori non sono nè nuovissimi nè esclusivi, poichè sia in un certo tipo di musica pop che in quella che si collega all'elettronica leggera e alla dance music, nell'ultimo decennio si assiste ad una seria e marcata evidenza di questa rassegnazione quasi drammaturgica, in cui gli artisti interessati cercano di difendersi dall'accentuazione di alcune debolezze che dominano la società attuale: la pigrizia mentale, la noia, l'indifferenza. Alcuni di essi, pur mostrando queste prerogative nella loro scrittura, hanno poi cercato anche di esorcizzarla e di combatterla, componendo in favore di problematiche sociali particolarmente sentite: un paio di ottimi esempi in tal senso possono rinvenirsi nelle figure del cantante androgino Antony Hegarty di "I am bird now" (recentemente comparso in un'esibizione al festival di Sanremo, esibizione che si è distinta soprattutto per il suo intervento a favore dell'universo femminile), in possesso di un potente falsetto che per le sue caratteristiche potrebbe star benissimo in un'opera lirica dai toni deliranti, in cui si assiste ad una meravigliosa staticità comportamentale e in quella della giovane promessa dei sottoprodotti danzabili (house, dub, techno?) Nicolas Jaar che nella sua prima raccolta "Space is only noise" metteva in pratica (con le sue armi) quel retaggio psicologico che è tanto udibile nella realtà sensoria della musica di oggi: in quel disco "acque" concrete, filtraggi vocali, riverberi elettronici da frammentazione e una sapiente scelta dei suoni accorpavano quell' implicito stato di nebulosa crisi socializzante che pare essere una succursale delle elucubrazioni pessimistiche del più recente Leonard Cohen. Alcune tendenze dance (dalla deep house al dubstep) hanno infatti inglobato queste caratteristiche della società, tanto che ormai i Dj o quei musicisti rientranti nel giro di queste sotto-specificazioni di genere le hanno fatte proprie anche nelle produzioni ben servite dall'interessamento popolare: "Overgrown" di James Blake* si colloca proprio in questa prospettiva (un altro falsetto che si divide tra lo stile di Aaron Neville e quello di Hegarty), ossia quella di creare un potente prodotto della contemporaneità attraverso il rimaneggiamento degli strumenti a propria disposizione: di Blake la critica sottolinea il valore artistico in una situazione in cui ella è pienamente immersa in questi stati dell'animo. Nella proposta artistica dell'inglese c'è una sorta di mediazione tra i modelli di canto più rinomati e amati nella storia del rock e delle sue culture musicali affini (nello specifico il canto soul) e tutta una serie di dispositivi elettronici che disperderebbero il cammino anche dei più esperti navigatori. Il soul, quello autentico degli anni sessanta e settanta, quando non banalizzato, non era un genere musicale, ma soprattutto un'inflessione del canto che cercava di rappresentare vari aspetti della musica della gente di colore: in primis sofferte storie relazionali, ma anche fisicità e spiritualità (si pensi ai live shows di James Brown o Tina Turner da una parte e ai sermoni di Solomon Burke dall'altra); questo concetto oggi è stato trasportato nella realtà odierna con connotati nettamente diversi e il cappotto dell'elettronica se da una parte costruisce nuovi sentieri di esplorazione sicuramente più seri di quelli intrapresi dall'ondata delle discutibili culture funky, dall'altra ingabbia la vocalità. Ragion per cui questa nuova estetica può colpire totalmente solo nel momento in cui si riesce a trovare un valido punto d'equilibrio ove il canto soul o anche pop ritorni ad assumere una certa prevalenza rispetto a tagli, ritardi, filtraggi, etc. 

Nota:
*di Blake già ne tracciai un sommario profilo in quest'articolo: Il nuovo soul di James Blake

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