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sabato 20 aprile 2013

Poche note sul jazz italiano (6° parte): chitarre


Non e' strano come la forza espansiva di generi come il rock abbia esercitato un'influenza profonda sulla chitarra (specie quella elettrica) condizionando anche il mondo del jazz; ne è infarcito il panorama internazionale e certamente l'Italia non ne fa eccezione. E' vero anche accanto a questa rinnovata sensibilità dei chitarristi di memoria storica, negli ultimi quindici anni si sono fatte avanti le novità tecnologiche che sono state accolte in maniera massiccia e sebbene il "computer" o le "loop machines" hanno fatto il loro ingresso cambiando notevolmente lo stile di un certo tipo di improvvisazione, ancora oggi sembra che i percorsi originari fatti dall'abbinamento tra la chitarra e l'amplificatore restino ancora preferiti: ciò ha creato una divaricazione tra coloro che si servono dell'elettronica in maniera parca semplicemente come mezzo espressivo ulteriore e coloro che invece ne valorizzano la loro importanza suprema anche in funzione di scenari futuri in cui la chitarra perde il suo timbro naturale per acquisirne altri. L'Italia essenzialmente fa parte del primo gruppo. Nonostante abbiamo nel nostro Paese una quantità industriale di chitarristi tecnicamente ineccepibili, tuttavia mi sento di poter affermare che pochi dimostrano di scrollarsi di dosso paternità che oramai sono all'abuso diffuso e non solo tra coloro che fanno parte di quei musicisti vicini ad un certo jazz tradizionale mainstream (post-bop o fusion): i modelli anglo americani incorporati nelle figure di gente come Bailey, Frith o Sharp colpiscono anche la cerchia di coloro che sono attratti dalla volontà estrema di sperimentare nuovi suoni. In questa situazione diventa difficile cogliere le sfumature di originalità che ogni musicista porta dentro di sè ed evitare il formarsi di chitarristi fatti con lo stampino.
Con questa premessa che comunque non vuole essere preclusiva ad ogni costo, e rispettando la solita tripartizione delle altre puntate, si sottolinea come non ci siano in Italia dei veri leaders per la chitarra (come avviene per molti altri strumenti): tra i chitarristi del gruppo mainstream o comunque tonali, i più originali sembrano Denis Biason, chitarra acustica, in possesso di una tecnica vertiginosa, che può essere utilmente ascoltato nei "Duel" con il flautista Massimo de Mattia; poi Lanfranco Malaguti, erede della tradizione di Franco Cerri ma con un carriera dispersiva spesso focalizzata sulla musica pop o d'autore italiana, Malaguti può essere considerato ancora come un avamposto di quel jazz figlio dei boppers in cui l'espressività (oltre che la consistenza tecnica) era un elemento fondamentale: i "Panorami" incisi con il quartetto con De Mattia, Fazzini e Colussi sono ispirati e non hanno nulla da temere se confrontati con il passato discografico dell'artista; Francesco Diodati, chitarrista lodato da Rava, è una delle più interessanti espressioni del jazz chitarristico che mette in successione Wes Montgomery e Bill Frisell, con sprazzi di chitarra classica e Frank Zappa: il suo approccio sicuro e veemente sullo strumento lo rende particolarmente attraente e queste caratteristiche sono tutte evidenziate nei due cds pubblicati come gruppo Neko ("Purple Bra" e "Need something strong"); particolarmente intrigante si presenta il fraseggio bop stralunato tra dubbi introspettivi e benessere armonico di Roberto Cecchetto, che può essere colto in registrazioni come "Slow mood" (con Giovanni Maier) o "Soft wind" (sempre con Maier, Guidi e Rabbia); Arturo Tallini unisce il sentimento iberico della chitarra classica a variazioni aumentative del silenzio in "Rainbow Inside" accompagnato dalla voce straniante di Marilena Paradisi, in uno degli episodi più distante da un certo perbenismo esecutivo; seppur con modello profondamente variegato, Guido Premuda è chitarrista che si può apprezzare nella verve improvvisativa del solido trio fusion con Grillini e Dalla dal fraseggio tipico cominciato in "Girasoli". Due chitarristi si pongono al confine con vari generi: Enrico Terragnoli, chitarrista condiviso tra la semplicità rock e la sperimentazione più estrema, con due progetti discografici come leader all'attivo, l'Orchestra Vertical, imbevuta di ritmi world e chanson francese, e quello ancora più focalizzato del duo di "9 Code" con il batterista Franco Dal Monego, in cui Terragnoli mette in pratica i suoi principi "....Io, personalmente, ho voluto sondare le possibilità espressive che scaturiscono "allontanandosi" dalla chitarra, passeggiandovi intorno, andando a soffiare in un flauto o in un'armonica lì vicini. Il mio strumento convive da tempo con modalità esecutive che vanno a scavare tra i suoi lati oscuri, i rumori, i difetti: i suoni "esterni" alla pura corda vibrante...."* Enrico suona con il podophono, un campionatore di suoni collegabile alla chitarra  e azionato attraverso un pedale. Su "Cagliostro" un trio con Sabbioni e De Rossi lo si ascolta nel jazz più tradizionale. L'altro chitarrista è Walter Beltrami, lentamente passato da una forma tradizionale di jazz ad una più complessa e americanizzata vicino ad atmosfere cangianti tra il jazz, il rock e l'atonalità. Il suo ultimo frutto con un potente quartetto (Bearzatti, Takeishi, Black e Courtois) si chiama "Paroximal Postural Vertigo" ed è un buon esempio delle sue idee.
Nella sezione dei chitarristi che rientrano a grandi linee tra il free (o free improvisation) o nelle pastoie sperimentali, troviamo Simone Massaron, posto in una seria considerazione di chitarrismo post-moderno: in una formula piena di elementi di riferimento (che in verità abbraccia un'ampio periodo storico), Massaron potrebbe aver trovato la sua dimensione nel solo di "The big empty" che lo vede in una mediazione tra pennellate autentiche di melodismo pensante ed escursioni oblique in un bizzarro linguaggio chitarristico senza centro di gravità; poi Adolfo La Volpe, che ha praticato lo studio di diversi strumenti a corda di matrice non occidentale, tra cui l'oud, la chitarra portoghese, irish bouzouki o il banjo; fa parte di molte aggregazioni piuttosto imparentate con la danza contemporanea e il teatro e può essere ascoltato bene nel "Il nome delle cose", in cui viene esaltato il rapporto tra l'atonalità dei suoni e il background formativo che percepisce tutti gli umori folk degli strumenti studiati; Enzo Rocco si distingue per la particolare struttura sperimentale in cui la chitarra assume la stessa goliardia della musica rappresentata: molto riconoscibile in una inglesismo musicale di fondo, le collaborazioni con Coxhill e Actis Dato (che in questo senso hanno rappresentato un valido viatico) si basano su una chitarra ilare quasi "carnevalesca", in cui la scoperta implicita sta tra il buffo e l'ironico: questi originali aspetti si possono ben ascoltare nelle pantomime di "Seis episodios en busca de autor" in duo con il sassofonista Pablo Ledesma; Luca Perciballi, strettamente imparentato con le avanguardie newyorchesi, il live electronics e le caratterizzazioni da costruzioni ambientali, va ricordato per aver tirato fuori un progetto interdisciplinare con il disegno real time (vedi mio post dedicato all'argomento)**; "Fragile" (di cui a breve se ne avrà pubblicazione) potrà essere affiancato da un ulteriore validissimo disco in trio come leader di imminente uscita; Marco Cappelli, diviso per ciò che concerne la residenza effettiva tra l'Italia (Napoli e Palermo soprattutto) e New York, è chitarrista che possiede dentro di sè una forte impronta "contemporanea": molti dei suoi progetti non sono solo approfondimenti musicali entro quel confine instabile tra composizione ed improvvisazione, ma anche illustrano situazioni letterarie o poetiche. Tra le varie registrazioni (spesso alla ricerca di nuove visualizzazioni costituite di improvvisazioni ibride) si può tranquillamente far emergere il progetto dell'Acoustic Trio di "Les Nuages en France", che dimostra la sua abilità a realizzare deviazioni personali da quel percorso principale della musica moderna che è stato già oggetto di molta considerazione da parte dei musicisti jazz d'incrocio; Pablo Montagne, chitarrista senza confini stilistici, è particolarmente rivolto alla fisicità dei suoni/rumori ottenuti per rappresentare situazioni paradossali dell'ascolto: ha già molte registrazioni alle spalle, ma può essere ascoltato con chiarezza su "Solo Immobile" e "The sharp edge": in questi i processi descrittivi trovano compimento tra strane elucubrazioni in cui sembra sentire le scosse elettriche di Elliot Sharp, i refrains di american culture di Ry Cooder, l'ossatura delle sperimentazioni accidentali di Derek Bailey e pezzi indistinti della composizione classica contemporanea; Xabier Iriondo, invece, porta con sè l'esperienza di chitarrista del gruppo rock degli Afterhours, ma si presenta con un allargamento di orizzonti molto vasto che va dai temi agli strumenti; taisho koto, mahai metak e chitarre orizzontali sono i particolari sonori da lui ideati, si direbbe rimedi alla convenzionalità che Iriondo ha utilizzato in molte sue importanti collaborazioni (tra le quali quelle con Mimmo, con Gebbia/Giust, con Paolo Cantù in Ear & Now): solo nel 2012 è stato pubblicato il suo primo disco solista "Irrintzi" da cui emerge l'estrema ecletticità del personaggio che non appartiene a nessun territorio di stile (prog, noise-rock, improvvisazione anticonvenzionale, retaggi metal) e a cui probabilmente difetta ancora un percorso di sintesi più razionale ed incisivo; tra coloro che invece si impegnano nelle qualità terapeutiche della musica è Eugenio Sanna, che attraverso un laboratorio di musicoterapia sta sperimentando la relazione tra la musica, sogni, impulsi celebrali mantenendo un'impronta che tende ad estrapolare particolari sonori suonando la chitarra elettrica in maniera non convenzionale.
Il chitarrista più importante nell'àmbito del collegamento tra jazz e aspetti etnici è Paolo Angeli: creatore di una speciale chitarra a 18 corde posizionate in vario modo con aggiunta di martelletti e pedaliere che è qualcosa che può essere suonata anche come un cello e che ha una percussività inaudita, la chitarra sarda preparata fece innamorare Pat Metheny che nel 2003 partecipò ad un suo concerto; la musica di Angeli è una cerniera tra free jazz, improvvisazione libera, condensazioni popolari e mainstream jazz ed albums preziosi come il solo "Bucato" (con influenze del folklore della sua Sardegna) che mixa avanguardia alla Frith e sventagliate armoniche di propria produzione o i duetti in stile free con Antonello Salis in  "Ma.Ri", o con Hamid Drake in "Uotha" dimostrano come Angeli probabilmente possa essere considerato il chitarrista italiano più rappresentativo del momento a livello internazionale. A lui deve essere affiancato un originale ripropositore delle istanze acustiche in stile Ecm sounds, Peo Alfonsi:  in "Itaca" per la coerente Egea R. però oltre all'arpeggio c'è molta più melodia e solarità mediterranea.

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