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giovedì 11 aprile 2013

Iva Bittovà e le tradizioni della Cecoslovacchia


La natura emblematica di un Paese può visualizzarsi anche dalla prospettiva della musica: l'attuale Repubblica Ceca, oggi storicamente arrivata ad un territorio diviso in due grandi regioni (la Moravia e la Boemia), rappresenta uno dei pochi esempi in cui nemmeno la grande rivoluzione tecnologica dei nostri tempi ha saputo scalfire il cuore e l'anima di una nazione; è un processo di analisi antico quello che vede la musica di queste regioni confrontarsi continuamente con i propri umori e le proprie tradizioni: punto nevralgico della frontiera balcanica, la Repubblica Ceca fortunatamente non si confronta più su un terreno desolato di avvenimenti storici che la trapassa nei suoi punti più intimi, sebbene emergano alcuni punti fissi di discussione*. Dal punto di vista musicale, non si dimentichi che già in età barocca, la nazione (che allora era condivisa nelle maglie geografiche di austriaci e tedeschi) aveva espresso talenti incommensurabili come Zelenka e Biber, confermati poi dalla nascita della più "innovativa" scuola musicale del periodo pre-classicismo, la scuola di Mannheim costituita dalla famiglia Stamitz; passando nel classicismo la vide esprimere potenzialità dagli umori eccellenti ed unici specie in considerazione della validità del comparto violinistico, con attori di spessore ed importanza pari a quella di Mozart in Austria (uno dei riferimenti più aderenti è al dimenticato Myslivecek). La svolta avvenne con l'avvento di Smetana e tutti i compositori aderenti a quel fenomeno di nuova primavera delle istanze etniche: grazie alla bellezza e alla forza strumentale di composizioni come "Ma Vlast" o delle "Slavonic Dances" di Dvorak (tra le quali le danze boeme e morave assumevano un ruolo fondamentale) si stabilì un clima aggiornato con le nuove tendenze che trovò la sua massima e compiuta espressione nella teoria polifunzionale di Janacek, il compositore che più di tutti elevò a scintillante idioma il folk e le culture tradizionali del suo paese; nessuno dei suoi successori in patria riuscì mai a trovare quell'approfondimento e quel senso di sintesi che lo stesso imponeva, nemmeno Martinu, che pur in possesso di un rinnovato senso del connubio tra tradizioni e composizione moderna nelle "Czech Dances" o nei "Dumka" si poneva in una dimensione che sembrava andare più nel senso di un "étude" piuttosto che di una valanga sinfonica. Pur essendo formalmente diverse nelle tradizioni (la Boemia più incline all'influenza europea, la Moldavia più vicina a quella balcanica), la musica ha espresso una sorta di filo conduttore che può tranquillamente legare tutta l'evoluzione nella regione per vari secoli, dove la letteratura dimenticata e la poesia della gente comune hanno avuto un posto fondamentale nel sostenere le cattive vicissitudini sùbite: le generazioni di compositori e musicisti nati dopo il 1950 hanno portato con loro questa impronta culturale e sebbene anche la regione ceca abbia dovuto affrontare il nuovo sistema di "liberalizzazione" musicale creato dalle tendenze d'oltre oceano, questi compositori/musicisti hanno saputo mantenere fede ad una compenetrazione di scopi che gli è propria: da una parte hanno sviluppato la formazione occidentale quasi abolendo la dicotomia tra le figure del compositore e quelle del musicista (si pensi al fatto che i migliori compositori della Repubblica Ceca sono nella maggior parte dei casi interpreti ed esegeti di uno strumento scelto come rappresentativo: Pavel Samiec per la fisarmonica, Jaroslav Pelikan per il flauto, Lukas Sommer per la chitarra, Jiri Kaderaber al piano, etc.); dall'altra l'istinto "etnico", se non è presente per scelta, è quasi normalmente condivisibile nella composizione; tra questi, poi, ve ne sono alcuni, che sono andati oltre le normali derivazioni della musica tonale, cercando di distillare il loro sentimento delle origini nella composizione di avanguardia: è quanto successo a compositori come Vladimir Hirsch e soprattutto alle evoluzioni sonore della violinista classica Iva Bittovà, che col tempo, è diventata una specie di pietra angolare della musica distinta per generi in Moravia: Iva si rese protagonista qualche anno fa di una splendida riedizione di poesie folk di Janacek, rivisitate nel loro impianto pianistico/violinistico, con arrangiamenti vestiti a nuovo da Vlado Godar, ma il suo particolare modo di porsi, affascinante nella sua semplicità, la portarono a confrontarsi anche con il mondo del jazz, che in quel paese sembra aver avuto le prime avvisaglie di establishment intorno agli anni settanta grazie all'opera di jazzisti come il bassista George Mraz o il pianista Emil Viklicky** : Iva fece un buon lavoro con i due in "Moravian Gems" dove semi di risaputo folklore venivano iniettati in una struttura dove il jazz era però predominante; il compito più difficile la Bittovà lo ha estrinsecato comunque nei rapporti con le avanguardie musicali costruendo un ponte etnico tra rock (e quindi culture americane), madrepatria e sperimentazione, quest'ultimo fattore che suscitò l'interesse di Fred Frith che contribuì sostanzialmente alla sua esposizione internazionale. Grazie al gruppo di improvvisatori jazz dei Cikori (guidati da lei e da Vladimir Vàclacek), Iva Bittovà ampliò il raggio geografico d'azione della sua ricerca, imponendosi alla fine alla comunità musicale per uno strano incrocio composto da vocalità miste, equamente costituite in forme che vanno dal "traditional-style" a quelle linguistiche vicine al mondo ebraico (yiddish songs o comunque che sfruttano idiomi orientali) o dal canto rock a quello che rinviene sotto strazianti vagiti idealmente accostabili alla memorabile tecnica di Meredith Monk (che probabilmente costituisce il motivo del suo interesse da sempre profuso per il teatro e il dramma). Accanto alle tipologie di canto sempre presenti ci sono violini eclettici, che si presentano ora in pizzicato, ora degni eredi di un unione tra fondali classici e folkloristici. 
Iva Bittová"Iva Bittova" è il secondo cd registrato per la Ecm e segue l'elegiaco "Mater", una cantata barocca con pluri-riferimenti alla cultura mondiale (quella tradizionale slovacca, quella occidentale tramite Joyce e la coralità medievale, quella orientale tramite il canto yiddish); pienamente inserito nella filosofia della casa discografica tedesca, "Iva Bittova" accoglie "frammenti" che pongono un inconscia sovrapposizione di epoche, sentimenti e luoghi geografici diversi che vengono ricomposti dalla sua magnifica duttilità vocale. 

Discografia consigliata:
-Solo, 1997, Nonesuch
-Bilè Inferno, 1997, Indies Records
-Cikori, 2001, Indies Records
-Leos Janacek: Moravian folk poetry in songs, Supraphon 2004
-Mater, comp. Vladimir Godàr, Ecm, 2006
-Moravian Gems, 2007 Cube Metier


Note:
*E' in questa nazione che sono nate alcune delle danze più cosmopolite di tutti i tempi: la polka boema, che grazie a profondi flussi migratori attecchì in maniera fortissima sulle orme popolari di vaste regioni del mondo, dall'Irlanda al Texas statunitense, dal Messico fino al Giappone; ma c'è tutta una consolidata tradizione musicale che va dal chodsko (sempre in Boemia e suonata con le cornamusa) fino ad una fitta rete di etnie morave (dove è più presente il violino e il cimbalom).
**in verità questa eredità è condivisa anche con altri protagonisti non conosciuti purtroppo al di fuori dei confini cechi: Karel Velebny, Jaromir Hnilicka, Jiri Stivin.


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